Vive la liberté!

Canea


«Un imprenditore di 43 anni, fermato dalla polizia, muore in seguito all’intervento degli agenti». Questo è il titolo di una notizia che non abbiamo mai letto. Ci avrebbe insospettito, fatto subito chiedere perché, per saperne di più.

Senonché, è circolato un video, dal quale appariva che un uomo, schiacciato sull’asfalto sotto il peso di due agenti, mentre un terzo uomo, non in divisa (anzi a torso nudo), gli bloccava le caviglie, gridava «aiuto, basta!» e stava per soccombere. Finché ha smesso di respirare e uno dei due agenti si è alzato e con un eloquente gesto delle mani ha detto «è andato». Intorno, si sono visti alcuni sanitari assistere alla scena, senza intervenire.

Un video terribile, che ci ha subito riportato ai noti casi di Aldrovandi e Magherini, a Cucchi. «Di nuovo la polizia», abbiamo tutti pensato con rabbia, di nuovo una morte inaccettabile. Non solo, ma sembrava di rivedere le immagini di George Floyd, il suo “I can’t breathe”, sembrava di vedere l’ICE in azione. Ma eravamo in Italia.

Poi, certo, è emerso che l’uomo era un marocchino, che era in stato di evidente alterazione, che nelle ore precedenti aveva “dato di matto” attorno ai garage di un condominio in via Svevo al Pilastro, che qualcuno aveva chiamato il 113 e poi il 118, che i sanitari non sono intervenuti, che i poliziotti hanno cercato di calmare l’uomo per poi intervenire brutalmente. «È l’intervento di routine», hanno detto alcuni, «il contenimento a terra».

E tuttavia, l’incidente è avvenuto al Pilastro, un rione dove negli ultimi mesi le forze dell’ordine sono state chiamate più di una volta a disperdere manifestazioni, sedandole con lacrimogeni e manganelli. Un rione “difficile”, dove i problemi covano, le fragilità sociali sono palpabili. Un rione che si è sentito militarizzato alla bisogna, come non doveva essere.

Di fronte a quanto successo, tutti abbiamo provato un’insopprimibile reazione di sdegno, per come l’intervento si era sviluppato. E non poteva essere altrimenti, con tutte le scusanti che ci potevano essere: non era accettabile che un uomo morisse così.

L’incidente di Abderrahim Fakir, cittadino marocchino regolarmente residente in Italia da 36 anni, titolare di una ditta di facchini, è stato in grado di racchiudere in sé tutta una serie di elementi che ne fanno un caso: una persona che aveva avuto disturbi, che aveva richiesto di essere preso in carico dai servizi di salute mentale e che, nel momento in cui si trova in stato di alterazione non riceve l’assistenza che avrebbe meritato. Che pena. Non solo interviene la polizia, ma sul luogo non vi è un medico, né personale sanitario in grado di sedarlo prima che dia in “escandescenze”. Non una tragica fatalità, ma una tragica mancanza del sistema.

Eppure, di fronte a quanto il video mostrava, la rabbia è cresciuta. Troppo immediato il parallelo con l’ICE, con George Floyd. Con il “di più” che tutto questo era avvenuto al Pilastro e contro uno straniero. La sera dell’incidente, al Pilastro, si è tenuto un presidio spontaneo partecipato, teso. Per dire «il Pilastro ne ha abbastanza» ma anche «basta con la violenza della polizia». La tensione in città è montata nel corso della serata e per tutto il giorno successivo e una naturale reazione di rifiuto di una tale violenza in stile “americano” si è subito diffusa. Bologna si è sentita ferita, non c’è dubbio, da quella violenza. E se la sera prima nessun rappresentante della politica o della Giunta si è presentato, quando il sindaco Lepore chiama la città a raccolta in piazza Nettuno per solidarietà con la famiglia e per fare sua la richiesta di chiarimenti e di un’indagine seria sull’accaduto da molte parti si leva un’adesione piena. «Bologna non è Minneapolis», affermano in tanti. Un gesto comprensibile, quello di Lepore, in linea con la storia della città, per esprimere una condanna su un episodio che appare gravissimo e la solidarietà ad un uomo che appartiene alla comunità marocchina ed è un cittadino di Bologna. È vero, Lepore non era andato la sera prima sul luogo del fatto, non aveva partecipato al presidio. E non era stato esente, lui, dal far ricorso a quelle stesse forze dell’ordine per “tenere a bada” le manifestazioni di protesta allo stesso Pilastro (e perciò criticato per ipocrisia). Ma che ora dichiarava di condividere un sentimento diffuso di rifiuto.

Per tutto il giorno, invece, da destra non arrivano parole di condanna dell’accaduto. Anzi, tutti dichiarano di avere fiducia nell’operato della polizia, nonostante le immagini. Così, si scatena la canea, addirittura “criminalizzando” il povero marocchino, come se se la fosse cercata. Come se fosse ammissibile morire in quel modo.

Quando a sera una folla si ritrova in piazza Nettuno la tensione è alta. Perché oltre alla folla che è lì per stringersi attorno alla famiglia Fakir c’è chi vuole esserci per denunciare le violenze vissute sulla propria pelle e anche una condizione di marginalizzazione subita. Contro la polizia, ci sono giovani che gridano “assassini”. E la polizia non è lì per “controllare” la manifestazione. Sono già lì, schierati, in tenuta anti-sommossa. Sono in piazza Roosevelt con le camionette con gli idranti, pronti con i lacrimogeni. E quando la folla ancora numerosa si sposta in quella piazza sono pronti a reprimere. La più piccola schiera degli “antagonisti” è pronta, però, a dare battaglia. Ne nascono tafferugli, scontri, la polizia manganella a destra e a manca. Scene di ordinaria guerriglia di piccolo calibro, auto incendiate, lacrimogeni a pioggia.

Il giorno dopo la canea da destra si scatena contro Lepore, come se ne fosse responsabile. «Era prevedibile», dicono. Perché questa non è protesta, non nasce dal profondo di una crisi, sono solo “facinorosi”. Chissà, ci saranno pure stati dei “facinorosi”, di quelli che quando c’è da far casino ogni occasione è buona, ma è certo che un problema esiste. Ed è un problema che ha a che fare con il comportamento della polizia ed è un problema che ha a che fare con la marginalità e con la conflittualità sociale. Non una parola, da destra, sulla morte del malcapitato Fakir.

Perché non è solo che il video di Fakir ci rimanda ai tanti tristi casi su menzionati. La Corte Europea ha condannato l’Italia per quello che è successo a Riccardo Magherini, ucciso nel 2014 durante un fermo dei carabinieri. Che, evidentemente, non è bastato a far sì che non succedesse più. Il video di Fakir fa pensare a George Floyd, all’ICE. E però, in quei casi abbiamo tutti guardato con simpatia, persino con partecipazione, alle proteste, agli scontri con la polizia dei tanti americani che reclamavano giustizia, che affermavano che morire così non è accettabile. Ora no, sembra che le manifestazioni debbano essere tutte belle “composte”. Sì, va bene la rabbia, ma con giudizio. Se solo la polizia si fosse presentata non in tenuta di guerra, non pronta a colpire, si sarebbe potuto convenire. Ma era lì per cercare lo scontro, sapendo che c’era chi quello scontro lo voleva.

Così, il fatto grave di tutta questa vicenda non è più la morte di Fakir ma diventa lo scontro in piazza tra un manipolo di manifestanti e uno sbarramento di poliziotti, che sarebbe stato “provocato” dal sindaco che incautamente convoca una manifestazione. La destra canaglia lo attacca, la chiamata a difesa del sindaco scatta a raggiera.

Tutto il resto, così, passa in secondo piano. Dal mancato intervento dei medici ai problemi legati ai servizi di salute mentale. Dalla condizione dei lavoratori stranieri, all’isolamento della comunità marocchina. Dall’inammissibilità di un intervento di “contenimento” di una persona in agitazione, tanto da portarlo alla morte, all’uso repressivo delle forze dell’ordine, sempre e comunque. A una destra che batte sul piano della sicurezza – ora pure colpendo i minorenni, con la legge “anti-maranza” – e che ha sdoganato la violenza delle forze pubbliche più che ai tempi di Scelba, viene contrapposto il sindaco, «unico baluardo contro la deriva fascista».

Certo, è uno spettacolo indegno che il sindaco debba ricorrere alla scorta per le minacce ricevute. L’odio e la violenza verbale si scatenano sui social, negli interventi dei politici di destra non si va per il sottile, per loro la responsabilità delle violenze è sua (come se fosse l’unico problema, di Fakir non importa più). Se poi vi siano anche altri che si avventano non è noto, ma è chiaro che chi alimenta il clima d’odio personalizzato non agisce certo per la causa dei marginalizzati, non esprime certo una critica a come viene gestito il disagio sociale. E non è difficile immaginarsi che siano gli stessi fascisti che vogliono alzare il livello dello scontro per reclamare poi l’uso dei manganelli e dei lacrimogeni, del fermo di polizia e della repressione. Di cui al Pilastro sanno qualcosa ma che non si può dire, perché così non si corre in difesa di Lepore – proprio lui che di quelle forze dell’ordine ha fatto uso – e perché così «si fa il gioco della destra». Tra l’incudine della difesa di Lepore da attacchi violenti – dovuta – e il martello della canaglia fascista, il Pilastro e tutte le cause antagoniste rischiano solo di venire schiacciate.

Perché il problema non è solo che bisogna rifiutare la violenza – andare a scontrarsi con la polizia non serve a nulla, dà solo più ragioni a chi vuole solo usare il manganello e il lacrimogeno, cioè reprimere. Che è ciò che vuole questo governo. Bisogna sottrarsi al sequestro del linguaggio: non è violenza solo incitare all’odio, inveire frasi invereconde contro Lepore; non è violenza solo innescare la guerriglia in reazione all’intervento repressivo della polizia. È violenza anche quell’uso della polizia, una morte come quella di Fakir, i lacrimogeni lanciati ad altezza d’uomo al Pilastro; la polizia che insegue i manifestanti a Pisa, che picchia studenti in manifestazione. Ed è soprattutto è violenza quella del governo: l’escalation della repressione che ha contraddistinto il governo in questi quattro anni, contro le navi che soccorrono in mare; che arresta i migranti e li mette nei lager dei Cpr; che trasforma ogni manifestazione in un corpo a corpo; che fa accordi con Almasri e lo riporta in Libia con aereo di Stato.

Contro la destra canaglia bisogna fare muro, perché vuole il caos per poi stroncare il dissenso. Ma bisogna altresì usare un altro linguaggio, altri modi, altre politiche perché da fatti così marginali non finisca solo per eruttare una tensione che ha radici profonde. Andare in piazza per scontrarsi con la polizia non porta a niente – però, andatelo a dire alle migliaia di americani dei Black lives matter – e ne possiamo convenire, perché alla fine fa “il gioco della destra”. Ma, allora, non mandiamo i cellulari della polizia al Pilastro per proteggere un cantiere dalle proteste dei residenti, perché, così si va solo a finire in quello stesso buco nero dove l’unico messaggio è quello della repressione. Ci sono altri modi per affrontare disagio, fragilità, tensioni. Perché il conflitto sociale ha radici che non si devono risolvere, necessariamente, in scontro. Militarizzare il conflitto serve solo ad esacerbarlo. E in questi anni si è persino negata la possibilità del conflitto sociale, con il concorso di molti, anche nel centro-sinistra. Forse, contro la canaglia fascista, altri baluardi sono immaginabili che non siano Lepore.

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