Vive la liberté!

Tra Lepore e la destra e tutto il can-can, in mezzo resta il disagio sociale.


In piazza Nettuno l’altra sera c’era uno striscione che diceva “No Asse Lepore- Piantedosi”. Un dettaglio. In quella piazza, c’erano migliaia di cittadini, una piazza piena e composita, tante “anime” diverse – la Bologna civica, democratica, antifascista, antiautoritaria – ma c’erano anche gli “antagonisti” e tra loro tante facce di giovani, tante facce di colore, non solo “quelli dei centri sociali” (che, ormai, non si sa più quali siano, a Bologna). Tutta la piazza era lì per esprimere solidarietà alla famiglia di Fakir e convogliare lo sgomento, «perché Bologna non sia un’altra Minneapolis». Perché ormai è frequente che a Bologna qualunque tensione, attrito o conflitto divenga occasione di scontro e venga gestito come problema di ordine pubblico.

La piazza composita esprimeva all’unisono il rifiuto di quella logica. Non si tratta di non avere fiducia nelle istituzioni, né tantomeno di ritenere che All Cops Are Bastard (ACAB), ma di rifiutare un uso distorto e violento delle forze dell’ordine e di quello che sono autorizzate a fare, grazie anche alle leggi sulla “sicurezza” volute dal governo fascista. Perché quelle forze dell’ordine agiscono a comando di chi le vuole usare per reprimere. Reprimere tutto. Tutto, mica solo “la violenza”, ma tutto: il dissenso, il diritto a protestare. Ormai ci siamo abituati che ovunque si faccia una anche piccola manifestazione, un presidio, un raduno di persone che alzano un cartello o una bandiera vi siano le forze dell’ordine.

L’altra sera erano lì, schierate, in tenuta anti-sommossa. Ovvio che la tensione fosse alta. Eppure, sarebbe bastato un uso diverso di quelle forze per contenere la protesta senza lasciarsi andare alla repressione. Che ha dato il là a quell’altra violenza di chi voleva scatenare un casino contro la polizia. Protestavano, gridavano “assassini”, ma non avevano certo le molotov. Che bisogno c’era di attivare gli idranti e poi di sparare lacrimogeni e manganellare a destra e a manca? Era inevitabile che ci fossero anche quel tipo di manifestanti e che fossero pronti a reagire così malamente. Non era inevitabile che la polizia facesse quello che ha fatto.

Un tempo, a Bologna, dopo un fatto del genere – la morte di un uomo disarmato e in stato alterato, soffocato per terra da agenti di polizia, qualunque cosa avesse fatto –, una manifestazione di protesta sarebbe stata convocata dal sindacato, magari dal partito comunista e magari anche dal Comune. E avrebbe avuto un suo servizio d’ordine che avrebbe tenuto a posto le cose.

Ma non siamo più in quel mondo. Il Pd nazionale e locale non ha saputo emettere un grido – subito, a caldo – per dire che la morte di un uomo, ucciso in quel modo, era inaccettabile. Né lo ha fatto il sindacato. Sì, non siamo più a quel tempo e Lepore non è Zangheri o Imbeni. Ha voluto fare un gesto che richiamasse la città, con lo spirito di allora, dimenticando, però, che il suo rapporto con la città – e con certe precise situazioni in città – non è quello che potevano avere Zangheri o Imbeni.

Lepore ha convocato la cittadinanza in piazza Nettuno. “Sapendo”, si dice, “quello che poteva succedere”. Ma quello che poteva succedere è successo (in piazza Roosevelt), innanzitutto, perché le forze dell’ordine, oggi, fanno quello che fanno sempre: idranti, lacrimogeni, manganelli. Non avevano fatto così anche prima, altrove, in città?

La gestione delle forze dell’ordine a Bologna negli ultimi anni le ha viste coinvolte spesso su assenso (o richiesta) del Comune: dal parco Don Bosco al Muba del Pilastro, in più di un’occasione c’è stato un intervento coordinato (non è chiaro se parte di un “accordo” con il Viminale). Intervento che è spesso finito in una “militarizzazione” dei quartieri e finanche dei cantieri. Se Lepore voleva prevenire incidenti, avrebbe potuto coordinare con la Questura anche l’intervento in piazza, forse, sapendo quanta tensione poteva esserci. Perché c’è una parte di bolognesi che ha mal vissuto quelle esperienze sulla propria pelle. L’assenso della Questura c’era, a fare la manifestazione. Perché allora non chiedere alla Questura di agire diversamente? E perché, allora, se la Questura non è stata collaborativa, non criticarne l’operato?

Gli “antagonisti” c’erano, ed erano anch’essi un insieme di tante cose, giovani scesi in piazza per esserci. Come ci ha raccontato Chiara Sgreccia in un bell’articolo su Domani: “«Siamo i giovani che hanno bloccato tutto (durante le piazze per Gaza, ndr), che hanno sconfitto il governo Meloni, siamo gli studenti, siamo i lavoratori che si organizzano per lottare contro la militarizzazione dei quartieri, la repressione del dissenso, contro il razzismo, la remigrazione. Perché l’unica vera sicurezza è quella sociale», hanno detto al microfono alcuni dei manifestanti, mentre altri applaudivano. A testimoniare che c’erano anche i giovani che si sono battuti per la Costituzione, al referendum. E la Generazione Gaza che ha riempito le strade del Paese per chiedere la fine del genocidio. Che tanti hanno lodato per la capacità di tornare a occupare lo spazio fisico, sperando che fosse un modo per riportarli alle urne”. Qualcuno ha anche fischiato il sindaco, ma tutti hanno ascoltato in silenzio la nipote di Abderrahim Fakir.

Poi, certo, il corteo si è mosso. Ma anche piazza Roosevelt era piena e non erano tutti “antagonisti”. «Persone che lottano per i diritti nella quotidianità. E che si sono ritrovati in piazza», dice Sgreccia. E se solo ci fosse stata più “pazienza” – contenimento senza violenza – da parte delle forze dell’ordine, tutto sarebbe finito lì. C’era, sì, chi aveva voglia di far casino, ma poteva andare diversamente, fossimo stati in un mondo che non c’è più. Riporta Sgreccia: “«Tutto questo si sarebbe potuto evitare», commenta Adam Atik, presidente dell’organizzazione multietnica Cittadini nel mondo. A manifestare per Fakir c’era anche lui: alcune fotografie mostrano che si inginocchia in piazza Roosevelt con la foto di Abderrahim tra le mani. «Ero lì per supportare il dolore dei fratelli e sorelle. E per l’analfabetismo emotivo che pervade le istituzioni, legittimato dalla maggioranza di governo che gioca a risiko con la pelle delle persone». Atik racconta di aver preso le manganellate degli agenti e spiega che l’intento della piazza non era violento. «Ma chi semina vento raccoglie tempesta. Ieri purtroppo la rabbia è esplosa».”

Certo, ora si dice che questi hanno fatto il gioco della destra. Che, strumentalmente, attacca Lepore additandolo come responsabile degli scontri e lamentando che lui alimenterebbe un clima di odio e delegittimazione verso un intero corpo dello Stato. Accanendosi su di lui per distogliere l’attenzione dal gravissimo episodio all’origine di tutto.

Povero Lepore: avesse davvero usato parole forti e di condanna per un certo uso delle forze dell’ordine, delle loro pratiche, dei decreti sicurezza, si capirebbe. Ha voluto convogliare un messaggio – più alla città che al governo – ma è una città che non è così in sintonia, quella città, soprattutto. Si fosse presentato al Pilastro la sera dell’uccisione di Fakir, al presidio spontaneo, avesse convocato là la manifestazione di solidarietà, forse sarebbe stato diverso. Ma il rapporto della giunta con quella città è incrinato, guasto. E chiederne le dimissioni additando le ragioni della destra è fuorviante, perché il problema non è quello. E il problema non è neppure che gli scontri sono avvenuti in centro: se fossero avvenuti fuori sarebbe lo stesso. Davvero ci preoccupiamo più delle vetrine e dei turisti e dell’immagine di Bologna?

È un modus di governo che è in crisi e questo episodio è solo l’ultima faglia che vi si è aperta. Se Lepore e la sua giunta non avessero trasformato ogni occasione di dissenso in una questione di ordine pubblico, quella città avrebbe avuto altro in animo. E, forze dell’ordine permettendo, non si sarebbe scatenata la “sommossa” con tutto ciò che ne è derivato (scontando che poi c’è sempre chi vuole pescare nel torbido).

Ora, si parla di procedure d’ingaggio, di cosa avrebbero dovuto fare i sanitari, ambulanze senza medici né infermieri, di cosa non si fa per chi ha problemi di salute mentale. Emergono particolari, nuovi video, testimonianze. Ma un uomo è morto, in stato di fermo. La canea ignobile che si è scatenata contro “il marocchino” mostra quanto abbia attecchito il morbo razzista. Che è un problema, da qualunque punto di vista lo si guardi, e non solo perché la destra soffia sul fuoco. Che ci dice molto su quanto guasto è il nostro corpo sociale.

Sappiamo quanto il disagio sociale – di cui le politiche di questo governo sono, sì, responsabili – si è acuito. Ma ha radici profonde. Ogni volta lo dobbiamo ricordare. A Bologna, il Pilastro – di nuovo tristemente protagonista – è una delle zone a più alta “fragilità sociale” in città e non da ora. Multi-etnica, popolare. E più che di una gettata di cemento su uno dei suoi luoghi verdi di ritrovo avrebbe avuto bisogno di ben altro che non un improbabile museo per le bambine e i bambini.

P.s. Ora mi si dirà che criticare Lepore e la sua giunta presta il fianco alla destra. Una destra fascista e autoritaria, che aizza lo scontro politico e sociale, che va incalzata non sul suo terreno e spazzata via. Il cui consenso matura nel caos e si nutre di disuguaglianze e insicurezza sociale. La critica, ora, si deve rivolgere al governo del territorio, delle urgenze e delle problematiche che sono all’origine delle tensioni sociali. Lepore non è certo responsabile delle violenze di 200 irresponsabili che volevano lo scontro, come non lo è del comportamento delle forze dell’ordine. Come detto, però, quelle violenze covano e hanno cause che non si possono nascondere. Liquidare la tensione come solo opera di “facinorosi” è sbagliato. E criticare chi ora critica Lepore dicendo che fa il gioco della destra finisce per essere confacente al mantenimento dello status quo che, a Bologna, è proprio ciò che non dovrebbe accadere.

Nella foto, alcuni manifestanti in piazza Roosevelt

,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *