Per anni, che l’Italia crescesse meno dei maggiori paesi europei è stato visto come il segno di un declino inesorabile. Così, ora accade che, ogniqualvolta lo “zero virgola” ci avvicina agli altri, si afferma che no, non siamo finiti. Fino ad affermare che, se ricalcolassimo il Pil tenendo conto di taluni fattori strutturali sottostimati, l’andamento dell’economia italiana non risulterebbe troppo dissimile da quello di Francia e Germania (Innocenzo Cipolletta e Sergio De Nardis su Domani).
Certo, il pelo nell’uovo dell’errore statistico si può sempre cercare, ma i problemi dell’Italia, purtroppo, appaiono profondi e datati. Eppure, nonostante il nostro reddito pro-capite sia ancora inferiore ai livelli pre-crisi del 2007, oggi riemerge l’idea che tutto sommato l’Italia si sia rimessa in carreggiata: il Pil è tornato ai livelli pre-pandemici, il tasso di occupazione non era mai stato così alto e molti dei problemi che ci affliggono sono comuni ad altri paesi.
Vecchi e nuovi stereotipi hanno ripreso vita per descrivere un’Italia che, nei momenti di difficoltà, sa ritrovare le energie giuste per risollevarsi. Sarà pur vero, quindi, che l’economia italiana viaggia a velocità ridotta, ma non siamo messi così male e i nostri partner europei non stanno meglio.
I mali dell’Italia
La retorica del paese che «comunque ce la fa», tuttavia, è fuorviante. Anzi, gli indicatori che ci stiamo allontanando dai nostri partner europei sono tanti che dobbiamo chiederci se lo sviluppo italiano non sia giunto al capolinea.
Il paese è afflitto da mali che ne hanno intaccato demografia, territori, fasce sociali, sistema produttivo e lavoro, in una malaise che rischia di travolgerlo in maniera irreversibile con il concorso di una crisi gravissima, quella della democrazia, del sistema istituzionale e del ceto politico stesso.
Il male che affligge la demografia riguarda l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità. La popolazione si riduce e l’immigrazione non riesce a fermarne il calo. Il male di cui è affetto il tessuto produttivo, che si riflette sul lavoro e sulle retribuzioni, si chiama bassa produttività, determinata da scarsa innovazione tecnologica, nanismo industriale e stasi degli investimenti, combinati all’uso di lavoro a basso costo, una pletora di tipologie contrattuali e precarietà diffusa.
Il numero di lavoratori non è in calo, ma lo sono il loro reddito e le loro condizioni, nel complesso, sembrano peggiorare di anno in anno. Il male che affligge i territori, infine, è dato non solo dai divari storici che si sono cronicizzati tra le aree del paese, con un Mezzogiorno sempre più indietro, ma anche dagli squilibri tra fasce sociali, tra uomini e donne, tra giovani e adulti. Cui si aggiungono gli squilibri nei territori, frutto tanto della crisi ecologica e climatica, che richiede di superare un modello di sviluppo “produttivista” cresciuto sullo spreco di natura (consumo di suolo, cementificazione, emissioni), quanto dell’incuria.
Non si può continuare così
Questi mali si innestano in un quadro già profondamente critico, contraddistinto da disillusione democratica e crisi della politica. Così, lo sviluppo sociale ed economico del paese appare giunto a un punto morto. Lo è l’economia, ferma, lo è la società, passivamente richiusa in sé stessa, tra il desiderio di non rinunciare a un benessere che pareva conquistato una volta per sempre e il bisogno di reagire di fronte al peggiorare delle prospettive future, del cupo quadro internazionale e delle ingiustizie crescenti.
Lo è la politica, costretta nella gabbia dell’architettura istituzionale che si era data in un tempo in cui pareva che tutto potesse risolversi «cambiando le regole», costretta alla gestione dell’esistente senza sapere prefigurare scenari diversi, inabile a pensare, progettare, formulare futuri diversi, che consentano di uscire dalla trappola per la quale there is no alternative, non c’è alternativa.
Ma se l’Italia è al capolinea la responsabilità è proprio del modello che la sua classe dirigente ha seguito e che ora va superato. Non possiamo sperare di continuare così, perché «tanto ce la facciamo», perché così non sarà.
Pubblicato su Domani