Il primo maggio è passato ma i dati Eurostat su redditi e condizioni di vita delle famiglie nel 2024 usciti qualche giorno fa ci dicono che c’è poco da festeggiare. Il quadro è drammatico – persino Sergio Mattarella si è sentito in dovere di richiamare il problema – ma nei media e nei discorsi politici la precaria condizione del paese non sembra meritare attenzione.
Sarà che non c’è nulla di nuovo – lavoro precario e povero, morti sul lavoro, salari troppo bassi – eppure dovrebbe, dal momento che quasi un quarto degli italiani (il 23,1 per cento) si trova «a rischio di povertà o esclusione sociale», secondo la definizione statistica, in aumento rispetto all’anno prima.
In Italia cinque milioni di persone hanno difficoltà sulle spese minime (avere una casa riscaldata, far fronte a spese improvvise, avere almeno due paia di scarpe, una dieta adeguata), mentre sale il rischio di povertà tra gli over 65 e tra le persone che lavorano anche se impegnate a tempo pieno. Nel 2024, il rischio di povertà è salito al 18,9 per cento della popolazione (contro l’11,4 per cento in Germania e il 16 per cento in Spagna) e tra gli occupati a tempo pieno al 9 per cento (in aumento dall’8,7 per cento del 2023), una percentuale più che doppia di quella tedesca (3,7 per cento).
Il lavoro non basta
Se poi si considerano anche gli occupati part time, la percentuale sale al 10,2 per cento, uno dei dati peggiori tra i paesi dell’Ue. Avere un lavoro, com’è ormai da tempo, non preclude a una condizione di povertà. A guadagnare sempre meno sono soprattutto i giovani: è povero l’11,8 per cento dei lavoratori tra i 16 e i 29 anni, mentre lo è il 9,3 per cento dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni.
I più colpiti sono i lavoratori indipendenti e autonomi, tra cui i poveri sono il 17,2 per cento (erano il 15,8 per cento nel 2023); tra i lavoratori dipendenti la quota è all’8,4 per cento. Ovviamente, il livello di istruzione influisce sulla povertà lavorativa: è povero, infatti, il 18,2 per cento dei lavoratori che ha concluso la sola scuola dell’obbligo (era il 17,7 per cento nel 2023). Tra i diplomati, lo è il 9,2 per cento, mentre tra i laureati lo è il 4,5 per cento (dal 3,6 per cento del 2023). Come sempre, poi, la povertà lavorativa è più diffusa nel Mezzogiorno, dove si avvicina al 20 per cento.
Salari bassi
Ovunque tale condizione è dovuta al basso reddito da lavoro. Del resto, salari bassi soprattutto per le posizioni lavorative meno qualificate e precarie sono una costante del nostro paese. I lavori part-time o a chiamata, anche se “a tempo indeterminato”, sono i più esposti. Secondo Istat, i lavoratori e le lavoratrici con un lavoro per il quale sono pagati un solo mese all’anno o meno sono il 21 per cento del totale (26,6 per cento per le donne, 16,8 per cento per gli uomini), una quota che è ben più alta di quella del 2007, quando era stata del 16,7 per cento.
Nel complesso, in Italia vi sono 11 milioni e 92mila indigenti, un numero enorme. Non solo ma, dopo il lieve calo del 2023, continua ad aumentare il divario tra ricchi e poveri: il primo decile di reddito può contare su una quota del reddito nazionale equivalente del 2,5 per cento (in calo rispetto al 2,7 del 2023). In Germania la quota è del 3,4. Il decile più alto, quello più benestante, può invece contare su una quota del reddito nazionale equivalente del 24,8 per cento, in aumento dal 24,1 del 2023 (in Germania è al 23,7 per cento). In parole “povere”, ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.
Incapaci di riprenderci
Lavoro povero, indigenza, disuguaglianze: l’Italia continua a scendere lungo la china, incapace di risalire. Un ventennio di politiche neoliberiste l’hanno messa in ginocchio e non si vede all’orizzonte un cambiamento di tendenza.
È un paese diviso – secondo una divisione che è di classe, territoriale, tra centri urbane e aree interne – in cui i ceti meno abbienti soccombono, abbandonati a se stessi, senza più rappresentanza politica.
I ceti medio-alti, urbani, protetti, cui si rivolge il corpo politico, sono i più difesi, mentre gli altri restano fuori, schiacciati nella loro condizione, preda di incertezza e insicurezza, sempre buoni per il “richiamo della foresta” securitario e protezionista.
Ce ne sarebbe per approntare un serio programma di opposizione che rimettesse il lavoro al centro – abolendo la giungla dei contratti e il precariato in tutte le sue forme, i subappalti e il caporalato – se solo lo si volesse e non si cadesse nell’europeismo di maniera à la Draghi, spingendo sulle spese per investimenti, istruzione e servizi. Inghiottiti dalla spirale militarista, oggi ci si divide sul riarmo e altre sventurate agende, mentre il paese langue.
L’occasione per far cambiare il vento ci potrebbe essere, ora, con i referendum sul lavoro e l’articolo 18 ma andrebbe colta, per far ripartire il paese. Sindacati e partiti sono parsi troppo tiepidi, finora, ed è ora che si scaldino se si vuole dare una prospettiva all’Italia.
Pubblicato su Domani