Vive la liberté!

La normalità del male?


Si è parlato molto di questo film, ora nelle sale, candidato a 5 premi Oscar, “The zone of interest” di Jonathan Glazer. È un bel film, certo, ma non è un capolavoro. Ha molte qualità – la fotografia, la colonna sonora – ma anche alcuni difetti, il principale dei quali è che finisce per non coinvolgere davvero lo spettatore. Certo, il film non è fatto per “piacere”, non tanto perché il tema sia scabroso, difficile (si tratta di un film sull’Olocausto), ma per riflettere. E, però, la mia riflessione finisce per essere non in linea con i tanti che lo hanno decantato.

Il dramma di Jonathan Glazer – ambientato nella famiglia di un nazista che è a capo di un campo di concentramento (e si deduce, chiamandosi Rudolf, che si tratti di Rudolf Hőss, che fu a capo del campo di Auschwitz) – lascia l’orrore dell’Olocausto sullo sfondo per farne un film di «scene da un matrimonio». L’idea parte dal libro originario di Martin Amis del 2013, con lo stesso titolo, da cui il film è liberamente tratto (il quale libro era una variazione sul tema di “Portnoy’s complaint” di Philip Roth). Ma il romanzo di Amis ha tutt’altra trama – il dramma di un nazista fanatico, marito geloso con una moglie che ha un affaire con un altro nazista, forse perché le sembra più “normale” di suo marito, il quale decide di farla uccidere da un ebreo membro del Sonderkommand che al momento di ucciderla non ha il coraggio e viene a sua volta ucciso dal nazista.

Il titolo del libro e del film, peraltro, viene dall’originale etichetta che veniva assegnata dai nazisti a quelle aree riservate ai loro gerarchi, in questo caso la bella villetta con giardino, piscina e serra che la moglie si fa costruire per allevare piante situata ai bordi del muro di cinta del campo di concentramento.

Nel film, quanto accade nel campo viene fatto intuire dalle grida e dai rumori di fondo che si odono per tutto il tempo, provenienti, viene fatto immaginare, dai forni crematori. Il campo, però non viene mostrato. L’Olocausto è un “sottofondo” (questa pare una grande idea, ad alcuni). E il film indugia a descrivere la “normalità” di questa famiglia, di questa moglie preoccupata dei bambini, del giardino e di preservare la vita felice della coppia finalmente raggiunta nella «casa dei loro sogni».

Il messaggio è apparentemente chiaro, ovvio: una famiglia normale che resta tale anche vivendo ai bordi dell’orrore, senza farsi scalfire. E, però, già dopo le prime scene, diciamo dieci minuti, se ne ha abbastanza. Non c’è niente di interessante in quella normalità, non vi è dramma familiare, coniugale, se non le usuali schermaglie di una coppia in cui il marito ha ambizioni di lavoro che confliggono con l’usuale tran tran. Perché farne un film di un’ora e mezzo?

Il film non racconta nulla di nuovo. Non sapevamo forse, non solo dopo Hannah Arendt, che i nazisti erano tedeschi “normali” che si erano adeguati e che vivevano la loro normale vita di borghesi per i quali gli ebrei non erano che da eliminare? Jorge Semprun, lo scrittore spagnolo esule in Francia e comunista, internato a Buchenwald, ne aveva già parlato nei suoi libri. Il giorno che venne liberato e che scese a Weimar a piedi con i compagni, al ritorno, volle fermarsi a osservare quelle belle case borghesi con giardino a ridosso del campo e guardò dentro e vide che c’era gente che ci viveva e faceva la sua tranquilla vita, incurante che di là dal muro avvenisse lo stermino. E si chiede: «ma come potete aver dimorato in quelle case per tanto tempo? non vi dava fastidio quell’orrendo odore di carne bruciata?» E vuole urlare quella domanda a quei tedeschi normali che lo guardano da dietro le tendine – lui magro, emaciato, appena uscito dal campo – come fosse un pazzo.

Film sui “normali” tedeschi nazisti per dovere o convinzione ce n’erano già stati (a partire da “Il matrimonio di Maria Braun”, il bellissimo film di Rainer Werner Fassbinder, del 1982). La stessa vicenda di Rudolf Hőss era adombrata, con tanto di casa con giardino, ne “La scelta di Sophie”, ad esempio. Il film di Glazer, però è una sorta di biopic su Rudolf Hőss, perché ne segue la carriera per un po’, con la famiglia e la moglie al centro. Ma il clou del film è la tensione tra la vita professionale di Rudolf – che, en passant, è un nazista che si cura di rendere lo sterminio nei forni più efficiente – e la sua vita coniugale e familiare. Rudolf, un funzionario fanatico della pulizia, non solo “etnica”, fino alla morbosità, che ama il suo cavallo (l’unico a cui professa un amore incondizionato) mentre usa la ragazza ebrea per il suo piacere per poi pulirsi le parti intime accuratamente nel lavandino delle cantine (per nasconderlo alla moglie o per lo schifo?), è al centro della scena. Ed è questo che rende il film incompiuto, perché in fondo lui non è che un “mostro” di doppiezza e perversione, nient’affatto “normale”. L’orrore dei campi, la burocrazia della loro organizzazione, fino al trasferimento di ben 750mila ebrei, sono i “normali” problemi di lavoro che Rudolf ha, ma ben più rilevanti sembrano le sue dinamiche familiari. Al punto che la tragicità dell’Olocausto finisce quasi per essere banalizzata, perché tutto l’orrore che c’è dietro non è problematizzato o drammatizzato, finanche descritto. Semplicemente, passa in secondo pianto rispetto alla vicenda coniugale. In un certo senso, avrebbe fatto maggiore effetto vedere tutta la storia con i soli occhi della moglie, che avrebbe consentito ben altre sottigliezze e riflessioni.

Tanta normalità – in famiglia si provano i vestiti provenienti dalle spoliazioni degli ebrei in arrivo nel campo, si fanno servire da domestiche ebree commentando con non chalance, quando queste segnalano problemi, che loro ne avrebbero potuto disperdere le ceneri nei campi e che non si lamentino – viene però incrinata da fugaci segnali: la madre di lei che dopo essersi complimentata con la famiglia per la “felicità” raggiunta, al primo sentore di ciò che succede di là dal muro, le grida, i rumori, si eclissa; uno dei figli che colleziona denti di ebrei gassati; un altro che indugia alla finestra nell’udire quei continui suoni e rumori; la domestica che fugge. C’è persino un accenno onirico alla resistenza ebrea-polacca, che mostra una ragazza che lascia una mela vicino ad ogni buca che i prigionieri devono scavare.

In definitiva, la domanda rimane. Questa non è la “banalità del male”. Eichmann era un feroce esecutore di ordini ricevuti, come lo è Rudolf Hőss che, però, non appare mai feroce. Anzi, sembra un debole, sensibile funzionario che vuole solo eccellere. Nel film di Glazer, che pure è di origini ebree ashkenazite, non c‘è mai né ferocia né rabbia (al contrario del libro di Amis, dove Rudolf è persona crudele e spietata). C’è la normalità del male e, forse, la sua banalizzazione. Certo, la serietà del film è subito dichiarata dai lunghi minuti di schermo nero con la musica drammatica di Mica Levi. Ma subito dopo c’è la scena di un picnic e gli innumerevoli quadretti di vita quotidiana per i quali bastava un quinto di tutto il tempo che gli viene dedicato. E l’orrore sembra solo accennato da piccoli incidenti – il vapore che avvolge Rudolf mentre è al campo, che non viene mostrato e si odono solo grida e spari, la ciminiera sullo sfondo – in una storia coniugale che non è nemmeno troppo avvolgente.

Ciò che Glazer sembra chiedere ai suoi spettatori è di cogliere come sia potuta accadere una storia così ordinaria, come quella tra Rudolf e la moglie, pur nel mezzo di quell’orrore, dato per conosciuto e scontato. Che nel film viene mostrato solo nei suoi resti odierni – i forni dell’attuale museo di Auschwitz che vengono puliti dagli inservienti, le pile di scarpe e valigie – ma non nel suo accadere.

Il film di Glazer non è forse l’Olo-kitsch di cui ha parlato Richard Brody sul New Yorker (Nov. 2023) che usa l’Olocausto per raccontare la storia di una coppia – sminuendone il significato – ma non aggiunge nulla che già non sapevamo (però, qualcuno dice, ripetere è sempre utile) e non fa neppure riflettere su cosa lo ha reso possibile. Solo la «normalità del male» viene ribadita: vedete, anche in una coppia borghese, ordinaria, alberga il male assoluto che è stato possibile perché milioni di simili coppie non vi si sono opposte, con il loro comportamento quotidiano prima che con un’opposizione politica. Però, fateci attenzione, sembra dirci, sono dei “mostri” (o dei disturbati mentali a venire, come saranno i figli). Ma se i nazisti furono dei mostri, basta che il nazismo non si presenti più e tutto ciò non potrà mai più accadere. Mai più? Accade anche senza nazismo, purtroppo…

Ciò che Glazer non poteva anticipare – il film è dell’anno scorso – è che noi lo avremmo visto nelle nostre comode sale mentre di là dal mare nostrum sta avvenendo uno sterminio di popolo, di cui udiamo le grida, i rumori, ne vediamo le distruzioni, eppure continuiamo la nostra vita di tutti i giorni come nulla fosse. Dietro quei muri noi oggi sentiamo Gaza, non Auschwitz, relegata sullo sfondo oggi come allora dalla nostra vita quotidiana.

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