Vive la liberté!

La scorta di Matteo Lepore


Emanuela Giampaoli ha postato una foto della folla raccolta in piazza Medaglie d’Oro davanti alla stazione con la scritta “La scorta di Matteo Lepore”. Forse per dirci che quella folla era lì per stringersi attorno al sindaco?

Quella folla era lì, domenica 2 agosto, per dire che Bologna non dimentica, che Bologna riconosce il valore della giustizia. Una giustizia che ha stabilito – dopo tre gradi di giudizio – una verità che, come ha ricordato Matteo Lepore, «la nostra Repubblica doveva al popolo italiano: la strage di Bologna fu un atto di terrorismo neofascista, maturato nell’ambito di organizzazioni eversive di destra, reso possibile da complicità che arrivarono fino ad apparati dello Stato e alla loggia P2, in un contesto di complicità internazionale». Stragismo di stato, lo hanno chiamato alcuni. Una matrice, per il più grave attentato della nostra storia repubblicana, che i neofascisti al governo non vogliono riconoscere. E che Bologna sa e conosce. Perché è stata colpita quel 2 agosto come altre volte, per quello che rappresentava.

Il sindaco ha fatto un bel discorso, riuscendo a mettersi in sintonia con quella piazza, un discorso che ha richiamato il valore della giustizia, della fiducia nelle istituzioni e della partecipazione. Perché senza quei tre pilastri non avrebbe saputo mantenere il suo senso di comunità.

E Bologna era lì, domenica 2 agosto 2026, 46 anni dopo, per dire che non dimentica, che crede a quei tre pilastri. Era lì per stringersi attorno ai familiari delle vittime, per testimoniare la sua fedeltà ad una memoria condivisa. In tanti anche per dire «io c’ero, io mi ricordo, io non dimentico». Che vuole dire anche «io non accetto questi che ora non vogliono riconoscere quella verità stabilita dalla giustizia».

Quanto quella piazza fosse lì per stringersi attorno al suo sindaco, piuttosto, non è ovvio. Quella folla, certo, è la testimonianza plastica di una “scorta” ideale per proteggerlo dalla canea neofascista. Perché la Bologna che non dimentica è antifascista nel cuore, è la Bologna che il 25 aprile si ritrova davanti al sacrario dei suoi caduti. Bologna è antifascista, sì, e per questo il sindaco non deve temere che l’odio scatenato contro di lui da quelli che allora stavano dalla parte di chi attentava alla democrazia, uccidendo per seminare la paura, lo possa davvero colpire.

Ma la Bologna che non dimentica, la Bologna antifascista, si è stretta attorno a questo sindaco come si era stretta a quelli prima di lui. Come aveva fatto anche nel ventennale della strage, quando la verità giudiziaria non era ancora stata stabilita, quando a tenere il discorso era stato Giorgio Guazzaloca, in un momento istituzionale di grande rilievo politico in cui il sindaco “civico” di centrodestra si alternò sul palco insieme al presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime Paolo Bolognesi e al Presidente del Consiglio Giuliano Amato, focalizzando il suo intervento sul dovere civico della memoria e sulla ricerca di una piena e definitiva giustizia da parte dello Stato. La Bologna che non dimentica ha sempre riempito piazza Medaglie d’Oro in questi 46 anni, senza fare differenze, chiunque fosse il sindaco.

Certo, Matteo Lepore non deve temere, perché c’è una città intera che ne condivide il rispetto per la verità e l’antifascismo. Una città che respinge l’odio e la violenza, che non dà credito a chi domenica era andato in piazza per fischiarlo. Che respinge la violenza di stato, l’arroganza del potere, che rifugge l’autoritarismo strisciante del nostro governo, che vuole credere che la libertà si manifesta anche nel poter esprimere un’idea diversa, un dissenso, che è l’unica condizione perché il conflitto sociale – che nasce dalle disuguaglianze – possa trovare soluzione nel confronto democratico. La Bologna che non dimentica, che conosce la violenza – anche quella di Stato – è la stessa che si è trovata in piazza Nettuno appena meno di due settimane prima, per stringersi attorno alla famiglia di Abderrahim Fakir. Una Bologna dal composito corpo sociale, una Bologna che pur soffre, in alcune sue fasce, una Bologna che fatica a contenere la tensione che esplode quando le sue condizioni si fanno difficili, che chiede ascolto e comprensione all’Amministrazione, al potere.

Il sindaco ha fatto bene a chiamare a raccolta la Bologna che crede e ha fiducia. Nel nome dell’antifascismo – richiamando quel filo che unisce i caduti partigiani alle vittime della strage, «una città che porta il nome delle persone che hanno dato la propria vita per la sua libertà» – contro il fascismo e il suo «culto della morte». Una Bologna che l’antifascismo unisce ancora. Una Bologna che prova la giusta compassione per i migranti di Ceuta, antirazzista, solidale. Per le migliaia di martiri di Gaza.

Il sindaco sa che quella Bologna si può stringere attorno a lui proprio perché è questo ciò che l’accomuna, sono quei principi. Ma dovrebbe anche sapere che a quella stessa Bologna – per la quale l’antifascismo e il rifiuto della violenza sono un valore assoluto – non è disposta ad accettare che le scelte che vengono compiute siano da accettare solo perché fatte da chi afferma di muoversi nel nome dell’antifascismo. Il “baluardo” contro le destre autoritarie lo si erge ridando ai cittadini la fiducia che la democrazia sia un valore nel quale riconoscersi (e riportandoli al voto), che anche a chi ha meno e non ha mezzi viene data cittadinanza, che il consenso non si coltiva soltanto nelle occasioni di rito e richiamandosi ai sacri principi, che ai problemi vanno date soluzioni, che al malessere va data attenzione, che alle condizioni di vita di tutte e di tutti si presti la dovuta cura.

Ergere la bandiera dell’antifascismo non è sufficiente – nel nome della giustizia, della fiducia nelle istituzioni e della partecipazione – se poi viene meno il confronto, la valutazione attenta, la possibilità del dialogo. Che può anche divenire scontro acceso, nei limiti del rispetto della vita e della persona. Che le scelte non si impongono con l’uso della forza, che le promesse si mantengono con i fatti. La Bologna che non dimentica non dà nulla per scontato: in tanti, in piazza Medaglie d’Oro, hanno usato le parole giuste. Da tanti, però, non sono venute le scelte che a quelle parole avrebbero dovuto far seguito, e sono ormai anni, se non decenni. Perché una città solidale, responsabile e inclusiva le avrebbe meritate. Non basta alzare il vessillo dell’antifascismo, per “fermare le destre”. Dietro a quel vessillo ci vuole un’altra politica. Perché ci possono essere alternative, sperabilmente, quando il governo della città non è più in grado di fare fronte ai bisogni della popolazione tutta. Quando le scelte fatte rispondono ad una sola idea, finendo per favorire solo certe fasce, addirittura privilegiando gruppi e disegni. Un’alternativa antifascista, antirazzista, solidale, nel nome di una città che oggi non si ritrova più se non per ribadire i suoi principi.


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