Vive la liberté!

Tutti parlano di noi ma nessuno parla con noi


Sembra proprio essere questa la conclusione che possiamo trarre, dopo giorni di commenti sulle violenze compiute ai margini delle manifestazioni degli studenti delle scuole superiori. Possibile che non si sia capaci di andare oltre la “condanna” della violenza? Se c’è chi inneggia alla rivolta come prodromo insurrezionale, al ribellismo spontaneo – vedendoci qualcosa che sinceramente è difficile vedere – dall’altro è solo un peana contro “maranza” e giovani “deviati” – e non parlo dei commenti della destra – o, al più, ad una rivolta “pre-politica” che andrebbe indirizzata. «Chi è violento si pone al di fuori della protesta democratica». Ma perché, forse che qualcuno di quelli che è andato a sfasciare vetrine aveva portato una qualche istanza, aveva voluto fare una protesta democratica? Ma di cosa stiamo parlando?

Perché nessuno pare in grado di andare oltre, di guardare dentro, sotto, di capire, di farsi domande? Non che io lo sia, ma non posso che constatare, con grande scoraggiamento, quanto povera sia la risposta. Perché se alle manifestazioni di migliaia di ragazzi e ragazzini, ragazze e ragazzine, che sono scesi in piazza per protestare, per chiedere una scuola che li formi e risponda ai loro bisogni, edifici non fatiscenti, docenti stabili e motivati, si sono uniti anche altri che di quelle istanze non sapevano che farsene o che volevano usare l’occasione per “fare casino” non sappiamo dare una risposta, allora c’è un problema. Il problema è che esistono anche loro e sta a tutti noi chiederci perché hanno fatto quello che han fatto. Già pare un po’ fuori luogo affermare che siano “figli di papà” e se anche lo fossero non ci si può non chiedere perché. Ma il fatto è che molti di loro non lo sono affatto. La loro “rivolta”, il loro gesto, non è né ideologico né politico. Ma rivela un abisso, comunque. Molti di loro vivono nella violenza quotidiana fatta del sopruso, dell’esclusione, della marginalizzazione. Definirli “maranza” con disprezzo non aiuta.

«Provaci tu», è stato detto. «Provaci tu a essere trattato come una merda a partire dall’asilo. A vedere i tuoi genitori trattati come degli idioti perché capiscono male l’italiano. Provaci tu. Ad “essere” un problema alle elementari e un grande problema alle medie, perché i soldi per un mediatore culturale o per un educatore non ci sono. Provaci tu a crescere in un quartiere dove l’unico sostegno è quello che ti può venire da amici o parenti», non certo dal Comune. A Bologna, più di un quartiere è così, dove alto è il numero di famiglie in cui il padre non lavora o ha uno lavoro precario e l’abbandono scolastico è altissimo. Sono quelli che se hanno un problema non vanno certo dai Carabinieri, ma si rivolgono a qualcuno che conoscono. Che non sanno leggere bene l’italiano – o la lingua dei genitori – e che sono trattati da stranieri anche se sono nati qui (e se vanno al Paese dei genitori si sentono stranieri). Non hanno letto Dante, non guardano la televisione. Hanno Tiktok. Hanno il vuoto attorno che riempiono di noia, nutrendosi dei fasti consumistici che offre loro internet, come i loro coetanei “italiani”, di miti violenti e supereroici, che sanno che i soldi li potranno fare, magari, facendo i rapper o con il calcio. Che vivono in baby gang o portano il coltello negli stinchi o che comunque vedono solo quelli come modelli aspirazionali. Per loro, il futuro è lavorare con uno zio che fa il muratore e ha l’impresina, al meglio, o comunque fare un lavoro di merda come quello dei loro padri. 900 euro al mese, senza “tutele”, e in riga. E che, più che mai, sono inconsapevoli delle cause della loro condizione.

Tutte e tutti coloro che sono invece in grado di riconoscere quelle cause dovrebbero dire qualcosa di diverso che non sia la “condanna” della violenza. E chiedersi com’è stato possibile creare quell’abisso che li divide dagli altri loro coetanei che hanno manifestato “pacificamente” sperando che la loro voce fosse udita (ma qualcuno se ne è preoccupato?).

Ora anche Landini afferma: «Noi a Roma eravamo in 100mila, non è successo assolutamente nulla. Gente pacifica, a volto scoperto. Chi va in piazza con volto coperto e per fare casino, in realtà sta danneggiando il diritto di manifestare di tutte le altre persone. Chi cerca lo scontro danneggia lavoratori, studenti e il diritto democratico a manifestare».

Caro Landini, vaglielo a dire di persona, però, a quei ragazzini con il volto scoperto che hanno fracassato vetrine e saccheggiato negozi griffati. Vaglielo a dire di persona a chi è figlio di chi è venuto in Italia per trovare una vita decente e non morire di fame e si è ritrovato a fare lo schiavo. Vaglielo a dire, prendendoli ad uno ad uno, con la sciarpa arrotolata in testa, per dirgli che non si fa così, che se lui è un ragazzo i cui genitori parlano a mala pena l’italiano, se lui deve comunque sempre dimostrare che si è “integrato”, che non deve sentirsi trattato come un diverso o uno “straniero”, anche se è nato qui, ha la vita davanti, con le sue mille opportunità, e che sfili pacifico dietro al corteo dei suoi coetanei “italiani”. Vaglielo a dire, per favore, che non faccia troppo casino, che anche i suoi compagni dovranno faticare e che fatichi pure lui e non si illuda.

Non so quanti dei genitori di quei ragazzini che erano in strada a sfasciar vetrine fossero in piazza l’altro giorno con la Cgil, ma ho la sensazione che fossero pochi. Come sono pochi quelli di loro che ritengono che una sola delle forze politiche che oggi si preparano alla campagna elettorale si curi di loro e, addirittura, li rappresenti.

Dei progressisti che parlano di inclusione, di periferie, di “Piano per l’abitare”, di “bisogni” non sanno che farsene perché, comunque, la loro condizione subalterna non muterà di un’unghia. Perché comunque sanno che, per quelli, loro rimangono maranza, lumpen, e via così, in un crescendo di indignazione. I loro figli non possono annoverarsi tra gli “antagonisti”, perché nemmeno nei Centri sociali “antagonisti” foraggiati dal Comune troverebbero accoglienza. Perché il Comune, ben che vada, ha pensato per loro ad un “museo dei bambini”, da costruirsi sull’unico parco in cui potevano sfogare la loro giovanile noia. Che per difenderne la costruzione ha mandato, di nuovo, i blindati della polizia con i lacrimogeni e gli idranti, solo perché si erano uniti alla protesta. Perché sono semplicemente incazzati, lontani. Gli umiliati di cui nessuno sa farsi carico.

Certo, ci sono tanti progressisti in buona fede. Ma, come vediamo, sono quelli che amano “gli ultimi”, come li chiamano, purché protestino con compostezza. Perché non tollerano la “violenza”. Non quella gratuita delle forze dell’ordine, ma la violenza di chi sfascia le vetrine. Non la violenza dell’emarginazione, ma la violenza di chi “se la fa coi poveri commercianti”.

È chiaro, perfino ovvio, che il saccheggio non va difeso. Non è questo il punto. E non ha nulla di “rivoluzionario”. Ma l’esclusione produce rabbia, che è fame di appartenenza. E comprenderne le cause dovrebbe essere il primo passo per darle un senso e provare a ricucire quell’abisso. Non è trattandoli da “criminali” che faremo alcun passo avanti. E daremo solo argomenti alla destra per intervenire nell’unico modo che sa: aumentando la repressione.

Ce lo dobbiamo sentire dire da Marracash che c’è un problema che a sinistra nessuno pare vedere. E che se lo vede pensa di risolverlo ambiguamente. Come quelli che convocano una manifestazione a Milano per dire “no alla violenza”. Ma a chi si rivolgono? E chi pensano che li ascolterà? Qualcuno ha detto: «non chiedetevi perché protestano, chiedetevi perché dovrebbero restare in silenzio». Non era nemmeno una “protesta”, la loro, ma un’occasione per fare casino, l’unico modo che conoscono per dire che esistono. Perché, passato il can can, tutto tornerà come prima, il governo mandando l’esercito, il Comune promettendo più servizi di “integrazione” e “partecipazione”. Ma niente muterà nella loro vita chiusa nel tunnel che non ha luce in fondo, dietro ai loro padri supini e alle loro madri affrante.


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