Vive la liberté!

Caro Gianni, non basta


A leggere la capziosa intervista di Concetto Vecchio a Gianni Cuperlo diversi aspetti balzano agli occhi, per il detto e, soprattutto, per il non detto.

Alla domanda «Giuseppe Conte filorusso come si concilia con la posizione pro Ucraina del Pd?», la risposta di Gianni è: «La condanna dell’invasione russa dell’Ucraina non è in discussione. E chi fosse Putin lo sapevamo almeno dall’assassinio di Anna Politkovskaya, dai crimini in Cecenia e Siria, dall’annessione della Crimea e dalla repressione di ogni dissenso».

«Ma come fare sintesi?», chiede Vecchio. Risponde Gianni: «Credo sia giusto cercare una via negoziale che preveda anche un compromesso territoriale, ma fino a quando non vi saranno segnali di una analoga volontà da parte di Mosca, bisogna continuare a sostenere la resistenza del popolo e del governo ucraino. Su questo discuteremo fino a trovare quella unità che in politica estera descrive autorevolezza e credibilità di un governo».

«Ora anche Bettini però dice che Putin non è Hitler». «Penso che il Pd con l’intera coalizione debbano perseguire l’utopia della pace, anche perché se solo pensiamo a Gaza, l’Europa ha perso la sua anima». «D’accordo, ma cosa risponde a Bettini?». E Gianni: «Hitler ha prodotto la Shoah e settanta milioni di morti. Noi dobbiamo combattere un pugno di dittatori, autocrati, affaristi e guerrafondai».

Ora: cosa vuol dire sostenere la resistenza del popolo e del governo ucraino? Non c’è una resistenza del popolo ucraino, se non nel senso letterale del termine, lo sappiamo, di un popolo che deve sopravvivere alla guerra. Certamente non c’è una Resistenza partigiana di popolo (come fu quella italiana, francese, jugoslava). Perché nel Paese delle Ucraine – come ci ricorda Lucio Caracciolo – la divisione “etnica” e territoriale è un dato di fatto storico. Zone russe o russofone nettamente distinte dalle altre che sono state incluse nel moderno stato ucraino e sancite dai confini stabiliti nel 1991.

Sostenere l’Ucraina – è qui che trovo manchevole il ragionamento – sostenendo, ad esempio, la sua accessione all’Unione europea, dovrebbe voler dire fare sì che quel Paese rispetti i principi e le norme dell’UE. Il processo di accessione, solitamente, segue un percorso ben definito: lo stato e l’amministrazione devono conformarsi ai principi e alle pratiche sancite nell’Aquis Communautaire. L’Ucraina lo sta facendo? Perché non si mette mai in discussione lo stato corrente degli affari politici e sociali di quel Paese?

La prima cosa che andrebbe richiesta all’Ucraina è il rispetto della democrazia. Zelensky fu eletto nel 2017 in un’elezione a cui non furono ammessi i cittadini dei due oblast del Donbass (per ragioni di “sicurezza”, si disse). I partiti filo-russi, maggioritari in molti oblast, sono fuori-legge. Dal 2014, dopo la sollevazione di Majdan (che fece dimettere un presidente regolarmente eletto), quelle province procedettero alla secessione, che fu ovviamente repressa dal governo centrale, dando inizio ad una guerra civile che in otto anni provocò 14mila morti. Li ricordiamo i reportage dei giornali occidentali in quegli anni: il governo ucraino non si comportò proprio correttamente. Da allora, il regime di Zelensky, con la scusa della guerra, si è consolidato cancellando ogni forma di opposizione filo-russa. Eppure, l’accessione dell’Ucraina all’Europa viene perseguita e celebrata senza alcuna pregiudiziale né forma di controllo sul processo democratico in quel Paese.

Non ci sarebbe da spendere una parola su questo? E anche se, alla fine, siamo tutti d’accordo sulla condanna dell’invasione russa, ci sono altri Territori occupati nel mondo il cui status non viene quasi menzionato. E, soprattutto, ci sono altri Territori occupati che reclamano una voce e la fine dell’occupazione: quelli palestinesi, in primis. E, quindi, condanniamo Putin per l’invasione e non spendiamo una parola su un altro regime che occupa territori da decenni, condannato da tutte le risoluzioni dell’ONU sul tema?

Oggi, ci dice Gianni, «dobbiamo combattere un pugno di dittatori, autocrati, affaristi e guerrafondai». E allora imponiamo sanzioni alla Russia, ci teniamo l’alleato Erdogan, ma non spendiamo una parola di condanna per Israele e il suo governo? I deputati Pd gridano allo scandalo per la riammissione dei russi al CIO, ma non hanno una parola di condanna per il fatto che lo Stato di Israele non è mai stata espulso?

Non è questione se Putin sia o meno uguale a Hitler. Cosa si è fatto per i russi d’Ucraina? Cosa ha fatto e sta facendo lo Stato di Israele, la cui azione a Gaza ha superato ogni possibile livello di accettabilità? Perché questa richiesta di rispettare il diritto internazionale deve valere per la Russia e non per Israele? Perché non partire dallo status dei territori occupati in Ucraina e riparlare di fine delle ostilità tenendone conto? Perché i Territori occupati in Palestina sono diversi dai Territori occupati in Ucraina (dove, peraltro, nessuno si è sognato di accusare i russi di genocidio)?

Gianni avrebbe fatto un passo avanti nel rifiutare il falso dilemma “con Putin o contro Putin”, perché il punto è un altro. Se si vuole far rispettare il diritto internazionale lo si deve fare sempre.

Avrei preferito che Gianni, dopo aver detto «di fonte alle guerre, a un riarmo globale mai più visto dopo il secondo conflitto mondiale», avesse aggiunto che siamo noi – i Paesi Nato – che negli ultimi anni abbiamo aumentato la spesa militare come nessun altro al mondo, siamo noi che ora ci inventiamo una Russia che “vuole invaderci” quando, pur essendo una potenza nucleare, spende un decimo in armi di quanto spende l’Europa (e ha un Pil che è pari a quello di un Paese come l’Italia, non l’Europa), quando non sa come uscire dal pantano ucraino e non si gioverebbe in nessun modo di un conflitto più esteso.

Dire no al riarmo vuol dire cominciare dal nostro riarmo, dal riarmo della Germania e degli altri Paesi europei (la Polonia, ad esempio, che già spende più del 4% del Pil). Per andare da Putin e negoziare uno stop alla sua folle impresa. Con i dittatori bisogna farci i conti, combatterli certo, ma anche tenerli a bada. Se l’autocrate di Ankara è un nostro “amico” – che scandalo che nessuno dei leader abbia rifiutato il suo grazioso “omaggio” di una revolver, dicendo “no, grazie” – possiamo anche pensare di negoziare con Putin senza, per questo, essere filorussi.

Caro Gianni, non so quanto Conte sia “filorusso” e non importa, perché le sue sono le parole più chiare e coerenti che si sono sentite finora contro il riarmo. Non parlarci di “utopia della pace”, parlaci del concreto su cui misurarsi. Il sentiero per l’unità dei progressisti è lastricato di molte insidie, ma ci sono cose che vanno chiarite perché si possa pensare di percorrerlo insieme, portando dalla vostra i milioni di italiani che hanno manifestato per Gaza e sono davvero contro la guerra e il riarmo.


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