Vive la liberté!

Srebrenica


Nel corso della guerra iniziata nell’aprile 1992, in cui le forze serbo-bosniache avevano attaccato quelle croato-bosniache e quelle bosniache musulmane occupando una vasta area da nord a sud, a mezzaluna, attorno alle regioni centrali della Bosnia-Erzegovina, l’ONU era intervenuta inviando una Forza di protezione (UNPROFOR), delimitando alcune zone protette nelle città di Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać e Srebrenica. Srebrenica, Žepa e Goražde erano tre enclavi musulmane nella Bosnia orientale in cui le truppe musulmane erano state obbligate a demilitarizzare sotto il controllo di UNPROFOR.

Nei primi di luglio del 1995, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dai serbo-bosniaci delle truppe guidate da Ratko Mladić, senza incontrare resistenza da parte del contingente olandese di UNPROFOR ivi di stanza con mandato di impedire atti di violenza e di guerra. Le truppe di Mladić, con l’appoggio del gruppo paramilitare degli “Scorpioni”, dopo un’offensiva durata alcuni giorni, l’11 luglio riuscirono ad entrare definitivamente nella città di Srebrenica.

In un massiccio rastrellamento, molti degli abitanti della città e dei villaggi intorno vengono catturati. I maschi dai 12 ai 77 anni vengono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per essere interrogati, in realtà vengono assassinati e sepolti in fosse comuni. I morti accertati saranno 8.372 e più di 35mila gli sfollati.

Una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 2007, nonché diverse altre del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), hanno stabilito che il massacro delle ottomila persone, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosniaci musulmani, costituisce un genocidio. Tra i vari condannati, Ratko Mladić e Radovan Karadžić (all’epoca presidente della autoproclamata Republika Srpska di Bosnia ed Erzegovina), sono condannati all’ergastolo. La città di Srebrenica era inserita nella futura Entità Serba della Republika Srpska e le prime bozze degli accordi di Dayton non prevedevano enclavi. Di fatto, da allora, vi sono stati 36mila sfollati, e la città è stata “de-musulmanizzata”. A Donji Potočari, vicino a Srebrenica, è stato eretto un memoriale che contiene più di ottomila lapidi, inaugurato nel 2003 alla presenza di Bill Clinton. A Sarajevo, invece, c’è un memoriale che ricorda Srebrenica.

Ho lavorato in Bosnia, più meno continuativamente, per diversi anni dopo la guerra e ho potuto constatare come la memoria dei massacri – di cui Srebrenica fu il più efferato – non si sia mai persa, né il dolore rimarginato (né, in una certa misura, sia sparito l’odio generato da quel dolore). I serbo-bosniaci furono capaci di una pulizia etnica su larga scala, ma anche croati e musulmani non risparmiarono violenze. A pagare, come sempre, fu la popolazione civile. Al memoriale di Sarajevo si trovano le agghiaccianti testimonianze del campo profughi allestito da UNPROFOR, con le fotografie delle scritte che venivano lasciate sui muri dai soldati con i caschi blu che andavano per avere rapporti a pagamento con le stremate ragazze bosniache. I commenti su quanto queste erano selvagge, pelose e puzzolenti lasciano di ghiaccio.

Quando sono tornato a Sarajevo nel 2013 dovevo andare a Srebrenica a visitare la cooperativa “Frutti di pace” (i cui succhi e marmellate si vendono ancora oggi nei negozi Coop) che era stata messa in piedi da giovani italiani con giovani bosniaci. Non dimenticherò mai il commento dell’autista che mi portava, un serbo-bosniaco di una certa età, un signore simpatico, a suo modo, quando arrivammo sul colle che dava sulla città: «Ora è tornata ad essere bella, non c’è più neanche un minareto».


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