Vive la liberté!

Volevamo liberare la Palestina, sarà la Palestina a liberare noi


«Volevamo liberare la Palestina, sarà la Palestina a liberare noi»

«Volevano cancellare la Palestina, ma tutto il mondo ora è Palestina».

Gli slogan di questi due giorni di manifestazioni in tutta Italia erano tanti, come tante erano e sono le anime che hanno dato vita alla protesta. Avevamo visto grandi manifestazioni in molte città del mondo e ci chiedevamo perché l’Italia non esprimesse altrettanta partecipazione: ora lo ha fatto, al di là di ogni aspettativa. Con un’esplosione che ha pochi precedenti nella nostra storia.

Ora tutto questo è esploso per Gaza e per l’ammirevole prova data dalla Flottilla: ragazzi, famiglie, nonni in carrozzella, papà coi figli sulle spalle, immigrati, borghesi delle Ztl, una varietà che in piazza non si vedeva da decenni. Qualcosa che non è nemmeno un “movimento”, ma qualcosa di più. Perché non ha semplicemente risposto alla chiamata in piazza di questo o quel sindacato, ma ha colto l’occasione per manifestare il proprio sdegno, la propria incapacità di poter sopportare oltre il sopruso di una violenza mai vista prima perpetrarsi senza che nessuno provi a fermarla.

Ed è stata una fiumana, una marea. Dire che le manifestazioni sono state convocate da «forze di estrema sinistra cui le altre forze di sinistra si sono accodate» è un po’ riduttivo. È stata una chiamata che ha investito e dato il via ad un sentimento di massa che non aspettava che il momento. Certo, lo slogan era «blocchiamo tutto (se bloccano la Flottilla)», e così hanno fatto. Uno sciopero generale, una manifestazione nazionale come non si vedeva dai tempi della guerra in Iraq (e si rivide poi solo per l’articolo 18 con la CGIL di Cofferati).

Ragioniamo su questo (le considerazioni sull’atteggiamento ignobile del nostro governo e sul piano di “pace” di Trump le riserverò ad altro commento). Il bello e l’inaspettato è che questa volta non c’è un Movimento (con la maiuscola) né alcuno che si può intestare le più di 100 manifestazioni viste per l’Italia. Che dicevano una cosa sola, «basta con il genocidio a Gaza», con ciò intendendo dire molte altre cose: «siamo con la Flottilla», perché hanno fatto ciò che nessun governo ha fatto – portare aiuti, portare solidarietà e rompere l’assedio – e hanno messi in evidenza la viltà e la meschinità dei governi; «Netanyahu criminale», ovvero riconosciamo e rispettiamo quanto la Corte internazionale e l’ONU stanno affermando; «siamo contro la guerra»; «non ne possiamo più del bellicismo».

C’erano, è vero, striscioni e slogan “orrendi”, ma c’erano mille sigle che aderivano, e in tanti avevano il loro piccolo cartello scritto a mano. C’erano i soliti sfascia-tutto, come già ci furono quelli del “black block”, e quindi? Isolarli, certo, ma c’erano. Se su 50mila, 100 vanno a far casino non toglie nulla agli altri 49.900 che sanno perché sono scesi in piazza. E quei poliziotti che lanciano i lacrimogeni sulle mamme con le carrozzine? Qualcuno dice che c’era anche troppo odio. Chiedetelo ai palestinesi cosa possano provare per i soldati dell’IDF, gli israeliani tutti, e il loro governo. E noi? Manifestiamo per la pace e coviamo odio? Noi non ci auguriamo la morte di nessuno, ma vogliamo che tutti possano vivere.

C’erano le bandierine dei venti partiti comunisti (e simili) rimasti per l’Italia, i tanti gruppi, gli anarchici, i cani sciolti ex compagni, i compagni non sciolti, i convinti, gli immarcescibili, i non convinti. Ma tutti volevano dire ai nostri governanti e alla comunità internazionale che anche noi siamo stufi, stanchi di assistere ad uno sterminio messo in atto con impudenza. Evidenziando la faglia tra il fare politica – che richiederebbe proposta e consenso – e l’esprimere un sentimento che non trova la sponda politica che lo rappresenti. Nessuno, penso, potrebbe oggi dire che quei milioni di persone scese in strada sentono che vi sia chi possa parlare – senza ombra di dubbio – a nome loro (o forse sì, ma poi direbbe anche altre cose, che loro non riconoscono).

C’è però qualcosa, credo, che si può dire. “L’effetto Serra” questa volta è stato rovesciato: quando a febbraio Michele Serra aveva chiamato alla piazza in nome dell’Europa “di pace”, aveva raccolto l’adesione dei politici e delle forze che, di fatto, si riconoscevano nell’Europa del riarmo, la Fortezza Europa che si deve difendere dai nemici pronta ad invaderla. E in piazza erano scese le anime belle incantate dal bellicismo mainstream. Il contro-effetto Serra aveva visto una reazione, più possente, ma ancora troppo “guidata” dentro le strette della politica, delle alleanze, del fronte “anti-bellicista”, raccogliendo un ben più nutrito consenso.

Ma questa volta si è andati ben oltre. Perché c’è un popolo che non ne può più. E l’occasione è stata colta per dare sfogo a questo rigurgito – vitale, vitalissimo – che mette insieme i tre sentimenti oggi dominanti in larga parte del Paese: l’impotenza, l’angoscia e la frustrazione. Uno sfogo esploso con le sue mille schegge (alcune ben mirate, altre impazzite) che hanno tutte origine nel rifiuto del TINA thatcheriano. Nel non volere accettare che non vi possa essere qualsiasi “altro” rispetto al modello dominante a cui anche da noi ogni governo si è adeguato, da quelli postfascisti a quelli postcomunisti. E di cui la cultura politica di buona parte di quella che era un tempo “sinistra” si è fatta plasmare.

Che importa se c’erano slogan orrendi, sigle e micro-sigle? Che ci sono stupidi che imbrattano statue e altri ancora più stupidi che vogliono scontrarsi con la polizia. Che poi il ministro dell’interno risponde come fossimo negli anni Cinquanta… Erano migliaia, invece, quelli che dicevano e facevano la cosa giusta. Che non si rifaccia l’errore di dire che «questo movimento ci appartiene»: tutti ci riconosciamo, perché dice “basta” ed è “contro” il messaggio dominante (e chiunque la pensa così, vi appartiene). La grande maggioranza dei partecipanti non stava dietro nessuno striscione o lungo drappo, non aveva bandiera: era lì per esserci e dire di non poterne più di ciò che succede a Gaza, di essere con la Flottilla, contro la logica dello sterminio, e quindi contro la guerra e la distruzione (tutte le guerre, anche quelle che prepara l’Europa).

Non erano scesi in strada per Kiev? Neanche per il Sudan, se è per questo, e nemmeno per il Donbass, quando dopo il 2014 i media mainstream ci raccontavano che c’era una guerra civile dove l’esercito di Kiev non faceva cose tanto belle…

Ed erano giovani, ragazze e ragazzi, a migliaia. Tutti felicemente convinti che fosse la cosa giusta. Che, forse, non avevano mai manifestato. Lontanissimi dalla “politica”, dai politicismi. Sapranno le forze sagge della sinistra (quella che rimane) – e non c’è dubbio che quel popolo a loro guardi – andare oltre il loro micro-orizzonte e guardare oltre?

Non il popolo dei populisti, certo: quello è l’altro popolo in cui si alimenta la paura, paventandogli l’invasione (di migranti), cui si contrasta l’altra invasione (dei russi). Quel popolo che non vuole perdere privilegi piccoli e grandi e deve respingere i diversi. Invece, c’era in piazza il popolo delle etnie miscelate, che vede il mondo come potrebbe esserlo, se non fosse lasciato ai potenti di oggi (che sono anche i più ricchi, perché ci hanno convinti tutti che così doveva andare, il mondo).

Francesca Albanese ha detto che il genocidio di Gaza è un’apocalisse anche in senso etimologico: esso disvela esattamente quello che siamo, ciò che siamo diventati, ma anche ciò che dovremmo fare oggi: rifiutare tutto questo. Continuando a protestare, anche perché gli oppressi si sentono sostenuti dalla mobilitazione internazionale e a poco a poco, nei mesi o negli anni, questo porta a un problema politico e al crollo degli oppressori. Proprio nel momento in cui lo scontro era più feroce, la stessa cosa successe in Sudafrica. Quando la violenza era più forte, il cambiamento e la giustizia erano più vicini; e proprio la coscienza di una solidarietà internazionale fu tra i fattori che impedirono che quel grande rivolgimento politico si trasformasse in un bagno di sangue.

E l’antisemitismo? In un sondaggio tra gli ebrei americani emerge che la maggioranza ritiene che Israele stia commettendo crimini di guerra — e il 39% ha parlato di genocidio — pur distinguendo spesso tra il Paese e la sua leadership. Smettiamo di tirarlo in ballo, che si fa solo un favore a Israele.

Traiamo le giuste lezioni e guardiamo avanti, perché c’è un Italia bella, buona, che soffre l’angoscia di sapersi persa (noi siamo come Dino Buzzati, che ho visto citato). Facciamola ritrovarsi e ridiamole senso. Perché siamo ancora liberi, più liberi persino, grazie alla Palestina. E questa libertà va difesa.


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