Oggi, 6 agosto, ricordiamo il lancio della prima bomba atomica su Hiroshima (una città giapponese di 290mila abitanti, con 45mila soldati), una bomba all’uranio che fece più di centomila morti, che fu lanciata dagli Stati Uniti il 6 agosto 1945 «per far finire la guerra»: di fronte a tanta e immediata distruzione, infatti, il Giappone si sarebbe finalmente arreso. Come non fosse sufficiente, tre giorni più tardi gli americani decisero di lanciare una seconda bomba, al plutonio, sulla città di Nagasaki (una città di 200mila abitanti). E il 10 agosto l’Unione sovietica dichiarò guerra al Giappone, attaccando la Manciuria occupata. Il Giappone fu piegato e il 15 agosto il suo imperatore, la cui voce poté essere udita per la prima volta dai giapponesi attoniti, annunciò la resa.
Le due bombe provocheranno trecentomila morti, quelli che furono cancellati all’istante e quelli che moriranno per le radiazioni e le malattie negli anni successivi.
La prima bomba, chiamata “Little boy”, fu sganciata dall’aereo Enola Gay alle 8:30 del 6 agosto dal velivolo che sorvolava la città, ed esplose ad un’altezza di 66 metri sopra l’ospedale Shima di Saiku-machi, provocando un calore di 50 milioni di gradi e un enorme “fungo” di polvere e detriti che poté essere visto a decine di km di distanza. “Mio Dio, cosa abbiamo fatto!”, dirà poi il comandante dell’Enola Gay, Robert A. Lewis.
Come scrisse Italo Calvino, «da quell’agosto in cui il fungo s’è innalzato su città ridotte a uno strato di cenere, è cominciata un’epoca in cui lo scoppio è solo simbolo di negazione assoluta». «Il giorno più infausto nella storia dell’umanità» lo chiamò Alberto Moravia nel suo scritto L’inverno nucleare. Molti furono gli scrittori che si pronunciarono, contro la bomba, contro la possibilità dell’apocalisse nucleare, come Elsa Morante, Leonardo Sciascia e tanti altri.
Già l’8 agosto del 1945, per esempio, in un editoriale non firmato sulle colonne di «Combat», Albert Camus evoca l’ascesa di una «civiltà meccanica» che ha raggiunto il suo «ultimo grado di barbarie», e denuncia l’ipocrisia di celebrare la bomba come trionfo della scienza. Secondo Camus, l’umanità si trova davanti a una alternativa radicale: quella fra commettere un suicidio collettivo o quella di cominciare a utilizzare in maniera intelligente le scoperte scientifiche. Qualche mese più tardi, Jean-Paul Sartre vede nella bomba il compimento estremo della libertà umana. Diventato padrone assoluto della propria fine, l’essere umano «ogni giorno, ogni minuto, dovrà dare il suo consenso a vivere», consapevole di essere l’unico garante della propria esistenza.
Più di tutti, forse, fu Gunther Anders a dedicarsi, per tutta la sua vita, alla denuncia. «Hiroshima come stato del mondo», scrive. «Il 6 agosto 1945 è cominciata una nuova era: l’era in cui possiamo trasformare in qualunque momento, ogni luogo, anzi la terra intera, in un’altra Hiroshima. Da quel giorno siamo onnipotenti in modo negativo; ma potendo essere distrutti in ogni momento, ciò significa anche che da quel giorno siamo totalmente impotenti. L’inizio dell’era atomica e la possibilità di autodistruzione del genere umano fanno così che quest’epoca non possa essere che l’ultima perché non può aver fine che con la fine stessa».
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L’inizio dell’era atomica fu certo il culmine di un processo guidato dallo sviluppo tecnologico e scientifico che era stato voluto dagli Stati Uniti per assicurarsi non solo la vittoria nella Seconda guerra mondiale, ma la supremazia planetaria stessa. Ma quel processo provocò una riflessione profonda, tanto tra gli scienziati che tra scrittori e intellettuali, di fronte «a una ferita che non si rimargina», finendo quasi per porli in conflitto con chi, con il passare del tempo, voleva invece «l’uscita dal dopoguerra» nell’accettazione «dell’equilibrio del terrore basato sulla deterrenza».
Perché, per quanto indicibile fosse stato l’orrore di Hiroshima e soverchiante il senso di annichilimento provocato dalla possibilità di una tale potenza di morte, si arrivò ben presto ad accettare che l’atomica faceva parte delle “possibilità” e che dotarsene, quindi, era legittimo.
È sconvolgente, infatti, che, pur di fronte all’angoscia che l’atomica comporta, la reazione non sia stata quella di bandirla, di privarsene per sempre – cancellando ogni possibilità di un suo utilizzo – ma di fare in modo di potersene dotare e di utilizzarla “meglio”.
Ciò è stata la Guerra “fredda”, che fu tale proprio perché la contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico non ebbe luogo che come potenzialità, in ragione delle rispettive dotazioni di ordigni nucleari.
Che la “bomba” fosse devastante fu subito spaventosamente chiaro il 6 agosto stesso. Perché fu lanciata una seconda bomba su Nagasaki? Che il Giappone si sarebbe arreso era evidente, anche perché la stessa Unione Sovietica, alleata degli USA, gli dichiarò guerra l’8 agosto e lo stava attaccando da Nord. No, la bomba su Nagasaki fu un avvertimento, sotto forma di minaccia, all’Unione Sovietica, da parte degli USA. «Noi possiamo fare questo ed altro», intendevano dire gli americani ai sovietici. Così cominciò la guerra “fredda”. E questo spinse i sovietici ad accelerare il loro programma nucleare (durante la conferenza di Postdam tra i tre grandi, nel luglio 1945, Truman comunicò a Stalin di avere a disposizione «un’arma rivoluzionaria di straordinaria potenza», già avendo in mente un confronto militare con l’URSS). I sovietici riuscirono a dotarsi di un’arma nucleare nel 1949, quando venne anche firmato il Patto di Varsavia con i paesi comunisti satelliti dell’Est Europa.
Da allora, nel “club” delle nazioni nucleari (NWS) entrarono presto anche la Gran Bretagna, nel 1952, la Francia, nel 1960, e la Repubblica Popolare Cinese, nel 1964. La dotazione di testate nucleari ha comportato anche che tra i Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU vi fossero USA, URSS, GB, Francia e Cina, Paesi che sono anche firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) entrato in vigore il 5 marzo 1970 (Francia e GB lo hanno ratificato, gli altri no). Tra i NWS non aderenti al TNP vi sono oggi India (dal 1974), Pakistan (dal 1996), Corea del Nord (dal 2006) e Israele (probabilmente dagli anni Settanta).
Dopo l’erezione del muro di Berlino e la crisi dei missili di Cuba del 1962 la tensione nucleare arrivò al culmine. Così, durante tutta la Guerra fredda è prevalsa l’idea della deterrenza nucleare – quella strategia che mira a prevenire un attacco attraverso la minaccia di una risposta nucleare altrettanto distruttiva. Nel dialogo che venne pian piano avviato sul regime della deterrenza, ebbe così luogo la distensione tra USA e URSS, un processo che ebbe fasi alterne ma che contribuì a scongiurare la possibilità di uno scontro nucleare. Furono gli europei che portarono il dialogo al suo punto più avanzato con la Conferenza di Helsinki del 1975, nonostante l’opposizione degli americani.
Pur con la politica di riarmo sostenuta da Reagan, il processo ebbe un’ulteriore sviluppo con il dialogo con Gorbaciov, presidente dell’URSS, la quale però si scioglierà nel 1991. Gorbaciov credette agli occidentali che gli garantirono che, con la fine dell’URSS, la Nato non si sarebbe allargata «di un pollice». Così, con la fine della guerra fredda tra il 1989 e il 1991, il disarmo nucleare parve ovvio ma non fu mai veramente avviato. La NATO rimase come alleanza e, anzi, continuò ad allargarsi, includendo progressivamente anche i Paesi dell’Est Europa.
La questione della dotazione nucleare passò però in secondo piano, anche perché ci si era abituati a «convivere con la bomba» e «all’equilibrio del terrore». Il nucleare bellico smise di essere oggetto di ansia, superato dall’ansia che invece generava il nucleare civile. E mai, comunque, si pose l’eventualità di un uso a scopi bellici.
Dagli anni Novanta in avanti, l’ordine economico internazionale – che si era mantenuto stabile per quarant’anni – è venuto mutando a grande velocità grazie alla globalizzazione. I Paesi capitalistici occidentali hanno visto gradualmente venire meno la loro supremazia economica e la loro influenza politica. A ciò ha però corrisposto una crescente accentuazione della supremazia militare, sul piano globale. Gli USA e la NATO sono intervenuti militarmente in Kuwait e Iraq (1991), Jugoslavia (1993-1995), in Kosovo (1999), in Afghanistan (2001-2021), in Iraq (2003-2011) e poi in Siria, Libia, Somalia e altri contesti. E fino al 2007 hanno continuato a trattare la Russia, ora entrata tra i Paesi ad economia di mercato, da partner.
Dopo il 2007, con l’allargamento della NATO che continua, la Russia di Putin ha mutato atteggiamento, sentendosi vieppiù accerchiata (non mancando chi in Occidente sperava nel suo dissolvimento). Le due guerre in Cecenia (1994-96 e 1999-2009), in Abkhazia e in Ossezia del Sud hanno mostrato che Putin non accettava lo smembramento della Federazione Russia e intendeva riportare sotto la propria influenza le regioni russe o russofone dei Paesi limitrofi. La crisi ucraina, fomentata a lungo e poi esplosa nel 2014, portò all’annessione russa della Crimea, dopo il “colpo di stato” della piazza filo-europea (Majdan), l’estromissione del presidente eletto (filo-russo) e la secessione delle province del Donbass.
Con l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 la crisi ha avuto un’ulteriore accelerazione. I Paesi occidentali hanno appoggiato l’Ucraina ora “filo-europea”. E lo scontro tra Russia e Paesi del blocco NATO si è fatto più acuto. Non era mai avvenuto che la Russia e un Paese NATO si fronteggiassero apertamente.
Così, è tornata ad affiorare l’ipotesi “nucleare”. Fino ad oggi era rimasta un deterrente, ora torna ad essere una minaccia ventilata e si parla apertamente dell’uso di «armi nucleari tattiche». Perché la Russia le ha e potrebbe usarle e, pertanto, meglio metterla in guardia.
Ma la domanda è: perché la NATO ha continuato ad allargarsi? Perché si è voluto accerchiare la Russia? Per farla eventualmente implodere e ridurla a partner minore, garantendo così la supremazia dell’Occidente. Non c’era altro modo, se non il confronto militare. Che oggi va giustificato facendo credere che la Russia vorrebbe lo scontro. Ma quello scontro, con una potenza nucleare, non è possibile…
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Il problema è che un’arma nucleare “tattica”, di cui oggi si parla con noncuranza, è più potente del “Little Boy” che fu lanciato su Hiroshima e provocò tutti quei morti. Perché l’arma nucleare è così terrificante? Per i morti che fa, solo premendo un bottone, sul momento e negli anni a venire. Perché si possono uccidere tanti nemici senza mettere a rischio nessuno soldato. Ma anche perché allo sganciamento di una bomba su territorio nemico può corrispondere il lancio di un’altra bomba simile per risposta: uno scontro dal quale non si esce vincitori. È una bomba che non può più portare – come invece fu il caso di Hiroshima e Nagasaki – alla resa del nemico perché il nemico potrà sempre rispondere nello stesso modo. Con la fine di entrambi.
Eppure, oggi si è tornati a parlare di armi nucleari, descrivendole come “tattiche” perché dovrebbero “solo” servire a fare molti morti e molta distruzione con poca spesa di mezzi e soldati. Un uso demente, a pensarci, perché una bomba nucleare tattica oggi è molto più potente di quella che fu lanciata su Hiroshima.
Hiroshima e Nagasaki avrebbero dovuto restare il culmine di un’escalation terribile che non avrebbe mai più potuto essere evocata o prefigurata come possibile. Eppure, sono rientrate oggi nell’ordine delle possibilità. Con assoluta inconsapevolezza e delirante superficialità si evoca l’uso delle atomiche per infliggere “paura” e far così arrendere il nemico, come se il loro stesso uso non portasse, per definizione, ad una reazione di proporzioni simili. Perché mai se si bombardasse Novosibirsk i russi non dovrebbero bombardare Cracovia? E come se ne uscirebbe?
Come già avvertì Gunther Anders, contro la minaccia nucleare dobbiamo unirci tutti, uomini e donne di ogni Paese, unendoci contro i “signori dell’apocalisse” che ci governano e che paventano una guerra nucleare “possibile”. «Sarebbe una leggerezza pensare che quei signori, quelli che sono responsabili delle decisioni, grazie alle loro posizioni di potere politico o militare, siano più di noi all’altezza, che sappiano immaginare l’inaudito meglio di noi o che siano consapevoli di doverlo fare. È più che legittimo il sospetto che non ne siano affatto consapevoli. Lo prova il fatto che dicano che solo loro sono competenti riguardo all’uso dell’atomica e del riarmo. Ma l’uso di queste parole prova la loro incompetenza morale, che solo loro possano decidere che fare dell’umanità e di considerare l’apocalisse solo come un “caso specifico”. È una menzogna».
Oggi, di fronte a chi gioca con l’apocalisse non basta più smascherare la menzogna, ci vuole l’opposizione totale.
Primo Levi, Nulla rimane della scolara di Hiroshima
Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra
ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
che ti sei stretta convulsamente a tua madre
quasi volessi ripenetrare in lei
quando al meriggio il cielo si è fatto nero.
Invano, perché l’aria volta in veleno
è filtrata a cercarti per le finestre serrate
della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.
Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
a incarcerare per sempre codeste membra gentili.
Così tu rimani fra noi, contorto calco di gesso,
agonia senza fine, terribile testimonianza
di quanto importi agli dei l’orgoglioso nostro seme.
Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
della fanciulla d’Olanda murata fra quattro mura
che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
la sua cenere muta é stata dispersa dal vento,
la sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.
Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli.
Vittima sacrificata sull’altare della paura.
Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
tristi custodi segreti del tuono definitivo,
ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo.
Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.