Più i giorni e le settimane passano, più ci aggiriamo tra le notizie, attoniti, cercando qualcosa di nuovo, ma il panorama è sempre lo stesso. Uccisioni e macerie, il conto dei morti che continua a salire, il grido che non esplode, quel «basta!» che dovrebbe far crollare governi e stati e fermare la carneficina.
Qualcosa si deve dire, qualcosa si dovrebbe dire ogni giorno.
Il livello del dibattito pubblico è salito, anche se con pochi risultati. Dopo che per mesi – da quando la CPI ha incriminato i governanti israeliani per il possibile reato di genocidio – la parola non è più bandita ma è al centro di una discussione. Un po’ speciosa, per la verità: per chi non la vuole accettare – perché di genocidi, quando si tratta di ebrei, ce n’è uno solo, innominabile, incommensurabile – ciò che sta accadendo è qualcosa semplicemente di molto grave; per gli altri, una specie di «avete visto? loro sono i nuovi nazisti!»
C’è un’ipocrisia che fa accapponare la pelle. Perché non si va al cuore della questione: che Israele sta commettendo uno sterminio di massa su di un territorio (non suo) ove vivevano più di due milioni di persone (una striscia lunga 40 km, larga 6). Quali che siano le motivazioni – «estirpare un gruppo terroristico che ha un sostegno di massa diffuso» – Israele agisce impunito e nessuno si muove per fermarlo.
Le dichiarazioni sono penose. Come quella di David Grossman che, nonostante confessi di sapere che Israele sta perpetrando crimini inenarrabili, non esprime mai dolore per le vittime, ma solo preoccupazione per Israele e per il vicolo cieco in cui si è cacciato. Non dice che è importante «fermare il genocidio e restituire libertà e giustizia alle vittime» bensì «Dobbiamo trovare il modo per uscire da questa associazione fra Israele e il genocidio. Prima di tutto, non dobbiamo permettere che chi ha sentimenti antisemiti usi e manipoli la parola “genocidio”». Questa è la sua preoccupazione! La Segre, dal canto suo, non vuole nemmeno associare la parola a quanto sta succedendo.
Nei giornali, persino nei talk show, se ne parla, però. Finalmente! E tutti a sviscerare il povero dramma della comunità ebraica che vede associata la parola a qualcosa di cui lo Stato di Israele è responsabile. Senza chiedersi perché, senza fare 2+2. Se hai occupato un territorio altrui e ne cacci i residenti indigeni, se li releghi in un altro territorio e poi reagisci se questi non accettano la segregazione e lo sterminio, non stai facendo una cosa buona, né accettabile. La striscia di Gaza sono anni che viene periodicamente bombardata, assediata. Certo, c’era Hamas che di tanto in tanto lanciava un missile, fino a quando ha agito più in grande, compiendo il pogrom del 7 ottobre 2023. Ma perché mai i palestinesi, da sempre, non avrebbero dovuto organizzare una resistenza, anche armata, contro gli occupanti? Certo, hanno fatto “terrorismo” (colpire civili invece che l’esercito, ma gli occupanti, spesso erano civili). Dunque, la resistenza per i palestinesi non è ammessa? Ed è, comunque, ciò che ha fatto Hamas sufficiente a giustificare lo sterminio di una popolazione?
E poi, possibile che non vi sia un’intellettuale, una scrittrice, un poeta, un politologo palestinese, mai, invitato a parlare? Solo del dramma degli ebrei alle prese con questo loro tormento dobbiamo discutere? E di come i palestinesi potranno mai uscire dalla spirale di vendetta che Israele ha innescato non vogliamo parlare? Di quale sarà il prezzo della pacificazione, perché un giorno dovrà pur venire quella famosa pace?
Ora, ipocritamente, si torna a parlare di due popoli e due stati. Ora che i territori lasciati ai palestinesi sono stati ridotti a fazzoletti di terra. Non si poteva, allora, quel giorno del 1947 in cui si affidò una parte dei territori della colonia inglese a quel gruppo di sionisti dire loro che avrebbero dovuto condividerlo? Maledetti inglesi… E poi, come dovrebbe essere questo nuovo Stato palestinese? Grossman dice: «È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensa di usare la violenza contro Israele». In pratica, la sua soluzione è uno staterello inerme, sotto tutela e a sovranità limitata, un soggetto impolitico, per di più offerto come un munifico regalo. Uno stato senza armi e senza polizia? E come si difenderebbe, quello, dal suo vicino così bellicoso?
Il fatto è che non esiste alcuna speranza a breve termine che Israele autonomamente riconosca i suoi crimini e restituisca dignità e indipendenza ai palestinesi. Un intervento dei caschi blu dell’Onu nei territori occupati? Intanto non dovrebbero essere più occupati. E perché, allora, non occupare Israele in quanto Stato canaglia che non rispetta i diritti umani? Non lo si era fatto in passato?
Ipocriti sono i francesi, gli inglesi, i tedeschi. La verde Annalena Baerbock, ministro degli esteri del governo Scholz, aveva affermato che la Germania «non vede questa intenzione di commettere genocidio nell’autodifesa di Israele contro l’organizzazione terroristica armata Hamas». Eppure, solo pochi anni prima, nel 2019, la Germania era intervenuta nel caso di genocidio della Corte Internazionale di Giustizia riguardante i Rohingya in Myanmar, suggerendo che il criterio della Corte per inferire l’Intento Genocida fosse eccessivamente elevato. «È fondamentale che la Corte adotti un approccio equilibrato che riconosca la particolare gravità del Crimine di Genocidio», avevano sostenuto all’epoca i suoi avvocati, «senza rendere la soglia per l’inferire l’Intento Genocida così difficile da raggiungere da rendere quasi impossibile l’accertamento di Genocidio». E oggi?
Del nostro governo, non parliamo. C’è un ministro, premiato da Israele, che ora vuole istituire il reato di antisionismo (!). Fascismo puro. Ma anche le nostre opposizioni non fanno ciò che potrebbero, ciò che dovrebbero. Accodate al mainstream pensiero: «sì, è genocidio, fermiamolo e amici come prima».
Oggi, le macerie di Gaza ci ricordano altre tristi macerie, come quelle che nel 1945 l’angelo sulla cattedrale di Dresda sovrastava dall’alto, che sono le macerie di questo nostro Occidente. Quell’angelo è, come allora, «l’angelo della storia» di Paul Klee, il cui volto per Walter Benjamin «è rivolto al passato. Dove noi percepiamo una catena di eventi, egli vede un’unica catastrofe. La tempesta lo spinge irresistibilmente verso il futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo di macerie davanti a lui cresce verso il cielo».
Sono le macerie provocate dall’Occidente che, è stato detto, ha calato la maschera. Alfiere dei diritti umani e del diritto internazionale in giro per il mondo, oggi è muto, si è disvelato. Non una sanzione. Non un tribunale internazionale. Non un embargo economico per crimini di guerra. Lo abbiamo capito, e non da ora, che esiste un “doppio standard”.
Eppure, contro il Sudafrica dell’apartheid vi furono sanzioni, vi fu condanna internazionale quasi unanime, il Sudafrica venne bandito. L’apartheid era stato istituito nel 1948 dal governo di etnia bianca contro i neri di varie etnie. Negli anni Sessanta, tre milioni e mezzo di uomini e donne nere di etnia bantu furono sfrattati con la forza dalle loro case e deportati nei “bantustan”. Furono privati di ogni diritto politico e civile, e poterono frequentare per acquisire un’istruzione esclusivamente scuole agricole e commerciali speciali.
L’apartheid fu dichiarato crimine internazionale da una convenzione delle Nazioni Unite, votata dall’assemblea generale nel 1973, e successivamente inserito nella lista dei crimini contro l’umanità. Il Sudafrica venne boicottato, emarginato, non poté partecipare ai giochi olimpici. Al boicottaggio e all’esclusione del Sudafrica dal consesso internazionale si unirono anche il Regno Unito e gli Stati Uniti.
L’African National Congress, il partito di Nelson Mandela che raccoglieva la maggioranza dei neri, aveva inizialmente promosso la lotta armata. Ma già negli anni Ottanta vi rinunciò, quando fu chiaro che il boicottaggio, anche economico, cominciava a funzionare. I leader afrikaners compresero e cedettero. Mandela fu liberato (nel 1990, dopo 27 anni di prigionia), finché un referendum nel 1992 decretò la fine dell’apartheid.
Ora non sappiamo come fermare Israele. Perché allora non agire perché si arrivi ad un boicottaggio generalizzato? È stato possibile con il Sudafrica, può essere fatto se lo si vuole. Interrompere le forniture di armi, interrompere i rapporti commerciali, finché ai palestinesi non verrà riconosciuto uno status di cittadini che si possano auto-determinare. Può questa diventare una parola d’ordine del movimento “pro-Pal”? Fermiamo lo sterminio, certo, fermiamo l’occupazione. Ma boicottiamo Israele, escludiamo Israele da ogni manifestazione sportiva, culturale, politica. Finché Israele non cede. E che non pensi, Israele, che solo fermandosi possa farla franca e che tutto continuerà come prima, perché l’entità dei crimini commessi è spaventosa. Perché «nil inultum manebit» (nulla resterà invendicato), non si potrà avere pace finché chi deve pagare pagherà. E non vi potrà essere pace finché non verrà resa giustizia ad un popolo sradicato dalla sua terra e poi sottoposto a questo immane massacro.
