Quanto sta succedendo a Gaza è un abominio. Ignominiosa è la nostra risposta, se non come persone, come Paese.
Secondo un articolo di Lancet, la prestigiosa rivista medica, Gaza ha subìto la più rapida riduzione dell’aspettativa di vita mai registrata in un solo anno. Secondo il British Medical Journal, nessuna guerra recente, civile o tra eserciti, ha avuto lo stesso numero di morti civili, in particolare bambini. Nemmeno il genocidio in Rwanda del 1994. A Gaza, secondo l’OMS, c’è il più alto numero di bambini amputati al mondo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra l’ottobre 2023 e il maggio 2025, l’esercito israeliano ha condotto 720 attacchi contro obiettivi sanitari nella Striscia di Gaza. Si tratta di 125 strutture sanitarie, 34 ospedali e 186 ambulanze. Israele ha causato il più alto numero di morti tra operatori sanitari, personale delle Nazioni Unite e giornalisti in qualsiasi zona di conflitto nella storia recente.
La lista potrebbe proseguire. Secondo un numero sempre maggiore di studiosi di genocidio, ciò che è in corso a Gaza rientra in pieno della triste casistica. E sono tante le organizzazioni internazionali – tra cui le più influenti – che riconoscono ciò che sta avvenendo nella Striscia come genocidio.
Lasciando perdere la pochezza intellettuale della Rivista del Mulino, che ha definito le vittime infanti del conflitto come “danni collaterali” o l’Istituto Cattaneo, anch’esso sotto l’egida dell’Associazione Il Mulino, che lo controlla, che ha rifiutato un articolo ritenendo l’offensiva israeliana su Gaza meramente come “risposta sproporzionata” – come ha fatto la Società Italiana di Scienza Politica – viene da mettersi le mani nei capelli di fronte a tanto accecamento. Anche del nostro mondo intellettuale e della cultura.
Ciò che sta accadendo a Gaza grida vendetta. E sappiamo che vendetta sarà per i decenni a venire delle generazioni di palestinesi superstiti. Una macchia di cui Israele dovrà portare l’indelebile segno per sempre. Una macchia che peserà sul petto della comunità ebrea di tutto il mondo.
Una macchia che, però, pesa anche su di noi, sui nostri Paesi, che con Israele continuano ad avere rapporti quasi come se nulla fosse. Noi che ci appelliamo al diritto internazionale per sanzionare la Russia e i suoi cittadini ma che ci voltiamo dall’altra parte se si tratta di Israele che dal 1967 non rispetta una deliberazione delle Nazioni Unite che sia una. E che ora distrugge il territorio di Gaza, fuori dai confini internazionali prestabiliti. Ma qui non si parla né di invasore né di invaso.
Fummo capaci di mobilitarci per la guerra in Biafra – un blocco che causò la morte per fame di 2 milioni di persone – e per le carestie in Etiopia e in Somalia. Si mobilitarono artisti, partecipammo al “Live Aid Concert”, comprammo dischi a milioni per far fronte a quelle fami provocate dalla violenza. Ma non sappiamo organizzarci per prevenire ore l’atto estremo di quell’azione violenta di Israele: la morte per fame di 2 milioni di palestinesi che sopravvivono ancora tra le macerie di Gaza. Come sostiene un rapporto recente, il livello di denutrizione è tale da aver raggiunto la soglia del non ritorno – con danni irreversibili – per l’85% dei residenti a Gaza.
Potremmo organizzare lanci di sacchi di cibo, consegne via nave, aggirando l’esercito israeliano su un territorio sovrano che quello ha invaso e bombarda da 21 mesi.
No, restiamo fermi. I nostri governi non fanno nulla. E noi, cittadini, assistiamo impotenti a questo abominio. Non servono parole, dice la pubblicità di una ONG, serve cibo, aiuti. Ma non abbiamo nemmeno le parole, perché ciò che fa Israele non può essere messo in discussione.
L’ignominia si fa ipocrita, cancellando il concerto di un direttore d’orchestra russo a Caserta o il concerto di un artista ucraino filo-russo, cittadino italiano, a Bologna. Nel nome rispetto del diritto internazionale, perché quegli artisti si sarebbero macchiati di sostegno al regime di Putin. Ne cancelliamo le esibizioni, si dice, non per la loro musica, ma per le loro idee (l’ultima volta che a un’artista venne impedito di esibirsi a Bologna fu ad Arturo Toscanini, sotto il fascismo, nota Benito Fusco). Mentre lasciamo che si esibisca indisturbato un artista israeliano sostenitore di Netanyahu. O che partecipino a tornei gli atleti israeliani.
Di fronte all’abominio, il silenzio è solo complicità. E l’ignominia della nostra risposta ipocrita – un “doppio standard” inaccettabile – segnerà anche noi per gli anni a venire. Ogni manifestazione che ci vedrà affrontare Israele e i suoi cittadini – artisti, scrittori o atleti che siano – sarà destinata a portare il segno di questa ferita.
Era destino, forse, che la nostra civiltà si sarebbe infranta di fronte al muro della sua pretesa superiorità. Liberale, democratica, tollerante, ma solo se le torna utile.
