Vive la liberté!

Sulla “promessa democratica” di Gianni Cuperlo


19 gennaio 2023

Leggo la piattaforma presentata da Gianni Cuperlo per sostenere la sua candidatura. Leggo che vuole “aprire” a tutta la sinistra, fino a costituire “Comitati per l’alternativa”. Bene. Ci sono, però, alcuni rilievi che vorrei fare al documento, perché per parlare di “alternativa” bisogna essere chiari su cosa si vuole.

1. Il Partito, dice il documento, deve cambiare, fare molte cose, tornare tra la gente, etc. Poi, ad un certo punto, afferma: “Questo non significa più Stato”. Dunque, ancora quella coda di paglia verso i neoliberisti? Ma perché lo Stato va bene se si tratta di inviare armi e non di finanziare le politiche sociali, della sanità e dell’istruzione? Certo, non vogliamo mica lo Stato che si compra la Cirio e fa pomodori, come era successo negli anni Ottanta… Perché quell’affermazione?!?

2. Che il Novecento abbia contribuito a “civilizzare” il capitalismo è una bella e insolita affermazione. Perché non dire, apertis verbis, che il capitale era stato domato, che la redistribuzione dei ricavi a favore del lavoro (anche grazie alle lotte operaie) aveva prodotto anche una diminuzione delle disuguaglianze tra redditi da lavoro e redditi da capitale?

3. Il documento è pieno di affermazioni circa cosa si deve fare e cosa non va bene. OK. “L’elenco delle ferite è lungo”. Però mi avrebbe fatto piacere trovare, da qualche parte, anche in una nota a pie’ di pagina, che in molti di questi ultimi 30 anni il PD è stato al governo e che qualche responsabilità ce l’ha nell’aver fatto in modo che le cose andassero come sono andate. Nessun ripensamento, nessun mea culpa, invece, solo una lista delle cose che non vanno… Grunt.

4. Si dice che “la democrazia è indebolita”. Perché? Perché l’avete svuotata (non solo il PD, certo)! Perché soprattutto le masse, le classi popolari che più credevano in voi hanno smesso di credere nella democrazia. Perché è un sistema che, oggi, avvantaggia solo chi ne fa parte. Sono soprattutto le classi popolari che se ne sono allontanate. Si guardi, ad esempio, all’affluenza elettorale. Negli ultimi 15 anni è calata di 20 punti, dall’83 al 63%. La sinistra tutta ha perso 5 milioni di voti, la destra li ha mantenuti tutti. Cosa se ne conclude?

5. Ciò che un po’ stupisce, in un documento di questo tipo che non deve essere una ponderosa analisi politico-economico-sociale, certo, ma dovrebbe indicare il percorso a partire da uno straccio di analisi, è che manca una “fotografia” del corpo sociale italiano per dire a chi ci si vuole rivolgere. Non si può essere allo stesso tempo dalla parte del lavoratore della logistica e del suo datore di lavoro. Ovvero, bisogna proteggere il primo, garantirgli condizioni di lavoro dignitose e indicare al secondo come essere competitivo, abbandonando la logica del capitalismo predatorio. Si parla di lavoro, scuola, salute ma non si dice da quale parte si vuole stare. Perché? Perché, anche qui, si è assimilata quella logica neoliberal che dice che “le classi non ci sono più”, “siamo tutti sulla stessa barca”, etc. Le classi ci sono, eccome, e ciò che dovrebbe fare un partito di sinistra è non tanto andare verso il loro “superamento” (non più, quello è vetero-marxismo) ma ridurre le distanze, rimettere in moto l’ascensore sociale. Un partito di sinistra dovrebbe stare con le classi popolari e rivendicarne bisogni e diritti.
Certo, ci sono buone parole, nel documento sul salario, sulla precarietà, sulla povertà che affligge anche chi lavora, e via dicendo. Ma si è troppo timidi nel “prendere parte”.

6. E questo ci porta all’ultimo mio rilievo. Il documento non parla di “socialismo” (non sia mai). Anche perché Gianni Cuperlo ammette che nel suo partito vi è chi solo a sentire pronunciata quella parola sarebbe pronto ad andarsene (ad es. i famosi cattolici democratici). Ma chi rappresentano, questi? E voi, per quel pugno di voti rinunciate a schierarvi? Forse, è proprio l’idea del “partito della nazione”, interclassista, di tutti, che andrebbe superata. Siamo in una società divisa, allora stiamo dalla parte di chi ha meno. Perché, in realtà, quel partito non è interclassista ma semplicemente centrato sul ceto medio. Che è solo una parte, peraltro divisa. Quello benestante, da un lato, e quello proletarizzato ed escluso, dall’altro. Ripensate a quale società pensate di rappresentare e forse vi ritroverete.

Una nuova sinistra può partire solo da lì.